Cibo e cultura
Prima parte
Corpo e corporeità
Paola Borgna, Sociologia del corpo, Laterza, Milano-Bari, 2005.
“In questo libro si parla di tutti quei corpi - i corpi delle tecnologie biomediche, della chirurgia estetica, della body-art e del body building e di altri ancora - i corpi dell’anoressia, i corpi del cyberspazio, i corpi postumani, per esempio - come realtà oggettive socialmente progredite e costruite.
Per farlo, ci si avvale di una consistente letteratura, multidisciplinare (sociologica, antropologica, filosofica, storica, dei women’s studies e dei cultural studies) improntata in vari modi ai concetti di costruzione sociale del corpo, di rappresentazione sociale del corpo e di politiche del corpo.
Essa afferma che “comportamenti, morfologia e persino fisiologia dei corpi sono l’esito di un insieme di processi attraverso i quali ciascuna società agisce sui corpi (per tal via costruendoli, letteralmente)” (cfr. introduzione, p. VI)
Jacques Le Goff, in collaborazione con Nicolas Truong, Il corpo nel Medioevo, Laterza, Milano-Bari, 2003
L’autore è uno dei massimi storici del Medioevo.
Come scrive lo stesso autore nella Prefazione al testo la ragione ultima di queste pagine sta nel fatto che l’argomento in questione “costituisce una delle grandi lacune della storia, una grave dimenticanza dello storico.
La storia tradizionale era effettivamente discriminata: si interessava ad alcuni uomini e in via accessoria, ad alcune donne. Ma quasi sempre senza corpo (…) perché il corpo (invece) ha una storia. La concezione del corpo, il suo spazio nella società, la sua presenza nell’immaginario e nella realtà, nella vita quotidiana e nei momenti salienti hanno subito mutamenti in tutte le società storiche” (cfr. Prefazione pp. IX -X).
Jacques Sarano, Significato del corpo, Paoline, 1975
L’autore, medico specialista in gastroenterologia in Francia, ci parla in questo libro di una medicina della persona che “non intende sostituirsi a nessuna specie di medicina, ma essa è lo spirito nel quale devo praticare la medicina” (p. 34).
“Comprendere il senso vero del nostro corpo vuol dire amarlo, vivere in amicizia con esso (…). Così come è la stessa cosa tradire il corpo e idolatrarlo. Come anche è una cosa sola e medesima amare o rispettare il corpo, ed inquadrarlo esattamente o superarlo: leggere il significato del corpo attraverso il suo aspetto. La malattia è una cifra che bisogna saper decifrare, scoprire il suo significato nascosto, quello che essa vuole dire significa in qualche modo tradurre il messaggio che il malato indirizza a quelli che gli stanno intorno attraverso il malessere o la lesione (…). Il nostro corpo è un segno attraverso cui noi significhiamo e attraverso cui è a noi significata qualcosa” (cfr. Introduzione pp. 43-44).
Il cuore del problema che il libro affronta attraverso un approccio antropologico è dichiarato sin dalla prefazione, così pure l’intuizione feconda che l’autore sviluppa nel corso del suo scritto. “Ci si presenta comunemente il corpo come appartenente al mondo materiale e l’anima al mondo spirituale. Ci si dice che il corpo va relegato nella prima delle nostre due misure contigue, quella della ricerca scientifica, mentre nella seconda ci si occupa di cose spirituali, che nella prima di affronterà l’autonomia, la fisiologia e la psicologia, e nella seconda la filosofia, l’arte e la teologia.
Arditamente il Dr. Sarano proclama l’assurdità ed il pericolo di un tale pregiudizio: è il corpo per se stesso che ha un senso spirituale e non si può capire niente dello Spirito e della persona se li si amputa del corpo” (cfr. Prefazione, p. 13).
Umberto Galimberti, Il corpo, Feltrinelli, Milano, 1983.
L’autore, docente di Filosofia della storia all’Università di Venezia, affronta il tema del corpo come “organismo da sanare, forza lavoro da impiegare, carne da redimere, inconscio da liberare; nel corpo, nella repressione della sua naturale esuberanza, è leggibile la storia culturale delll’occidente” (dalla quarta di copertina).
Dopo averne tracciato la storia in Occidente lo analizza prima dal punto di vista fenomenologico, poi con gli strumenti offerti dalla psicoanalisi, successivamente lo inquadra nella dimensione sociologica ed infine ne fa emergere gli aspetti maggiormente legati alla semiologia.
Alexander Lowen, Il linguaggio del corpo, Feltrinelli, Milano, 1990.
L’autore è medico psicoanalista, formatosi alla scuola di Wilhelm Reich e direttore dell’Institute for Bioenergetic Analysis di New York.
Nel testo espone con chiarezza principi e tecniche della terapia e del terapeuta bioenergetico, sottolineandone le differenze rispetto alle tecniche psicoanalitiche tradizionali.
Il libro in questione va letto per ciò che rappresenta, ossia un’introduzione all’approccio bioenergetico.
All’interno del percorso tematico su cibo, infanzia e cultura il contributo di Lowen ci appare di fondamentale importanza proprio perché il corpo appare centrale nella riflessione e nella pratica clinica.
“Nelle pose, nelle posizioni e nell’atteggiamento che assume, in ogni gesto, l’organismo parla un linguaggio che anticipa e trascende l’espressione verbale. (…). Nella sua espressione emotiva l’individuo è un’unità. Non è la mente che va in collera, né il corpo che colpisce. E’ l’individuo che si esprime (dalla quarta di copertina).
Bernardino Farolfi, Dall’antropometria militare alla storia del corpo, in Quaderni Storici, n. 42, settembre-dicembre 1979: 1056-1089 (*)
Il saggio che propongo alla vostra attenzione è il risultato della prima parte di una ricerca sui riformati nelle leve dell’esercito italiano tra il 1860 e il 1886.
Nello svolgimento dell’articolo si traccia una breve storia dell’antropometria, che si afferma nel corso dell’800 come “una delle espressioni più significative del tentativo positivista di costruire un’antropologia secondo criteri affini a quelle delle scienze fisico-matematiche” (p. 1057).
Essa costituì un “formidabile strumento non solo di conoscenza, ma di controllo sui corpi”.
L’autore ci dice che “dai risultati dell’antropometria militare è stato possibile trarre gli elementi per una storia del corpo, almeno dei corpi di una parte rilevante della popolazione, i giovani di sesso maschile in età militare” (p. 1062).
L’interrogativo fondamentale posto da questo saggio e a cui l’autore cerca di rispondere esaminando dati e relazioni dell’epoca è la seguente:
“E’ possibile attingere alcune dimensioni di una storia del corpo, attraverso una ricerca sui riformati nelle leve dell’esercito italiano?” (p. 1064).
A questa domanda segue una lunga serie di pagine avvincenti, colme anche di notizie curiose, tutte imperniate da una parte sulla volontà dello Stato e le sue strategie per dichiarare abili alla leva ed arruolare il maggior numero possibile di giovani, naturalmente applicando in modo rigoroso il Regolamento che stabiliva in dettaglio le caratteristiche del “corpo ideale” e dall’altra presentando tutti i molteplici tentativi di migliaia di giovani che con inganni e stratagemmi a volte sofisticati e assai pericolosi per la loro salute cercavano di sottrarsi all’obbligo militare. Nelle leve indette tra il 1859 e il 1891, di cui fu responsabile il generale Federico Torre si giunse negli anni 1860-1861 (v. i dati forniti nel testo alle tabelle statistiche contenute nelle pp. 1082-1085) al fatto che “oltre un terzo dei coscritti venne scartato (338.284 iscritti alla leva con 81.396 riformati, ndr) di cui (…) la percentuale complessiva dei riformati per malattie ed imperfezioni era comunque assai elevata. Le infermità più diffuse erano il gozzo, i tumori ghiandolari, l’ipertrofia del collo o “gola grossa”, le ernie, gli sventramenti, il cirsocele, il varicocele, la claudicazione e altre infermità degli arti, le varici, la gracilità” (p. 1081).
Siamo negli anni a cavallo dell’unità d’Italia e nonostante le analisi e le denunce anche “politiche” di medici e scienziati degli antichi Stati italiani circa la salute del popolo, questi “dati sui riformati pubblicati nelle relazioni sulle prime leve del nuovo regno mostrano che le aspirazioni e i progetti dei medici, dei filantropi, dei politici erano ancora inattuate” (p. 1087).
Le malattie e le imperfezioni dei coscritti riformati rivelavano in realtà “un vissuto corporeo avvilito dal lavoro e dalla povertà: la bassa statura dipendeva da fattori etnici, ma anche ambientali; il gozzo era legato alle situazioni topografiche ma anche sociali delle valli alpine; il varicocele, il cirsocele, le ernie erano provocate da lavori faticosi, compiuti in piedi, nelle campagne e nelle manifatture cittadine; la gracilità era il prodotto della carenza di alimentazione ” (p. 1081).
Andrea Dall’Asta, La ricerca artistica contemporanea, in La Civiltà Cattolica, 2005 III: 386-398. (*)
L’articolo, tratto da un numero recente della nota rivista dei Gesuiti, è proposto in questa sezione di contributi dedicati al tema del corpo perché affronta un tema di grande attualità, anche se certamente non è oggetto di riflessione diffusa, ossia il corpo rappresentato nell’arte e dall’arte.
Nunzio Galantino, Il corpo in teologia. Oltre il platonismo, in Rassegna di Teologia, n. 6, novembre-dicembre, 2005, Anno XLVI, Aloisiana Libri, Napoli: 873-883. (*)
La rivista Rassegna di Teologia è espressione del pensiero della Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale S. Luigi.
L’autore tratta in queste pagine del tema del corpo in ambito teologico.
“Fino a qualche anno fa la teologia del corpo occupava poco più dello spazio di un capitolo all’interno del trattato di antropologia teologica. Oggi, afferma l’autore, oltre che in questo ambito specifico è possibile imbattersi in singoli trattati di teologia sistematica che si sviluppano avendo il tema della corporeità come paradigma di comprensione del dato rivelato” (pp. 882-883).
Il testo proposto all’attenzione del lettore analizza testi biblici, patristici e orientamenti filosofici e teologici che pongono le basi per una concezione positiva del corpo e della corporeità che non significa certamente pensarla e viverla in modo “frettoloso ed euforico”.
“La concezione unitaria dell’uomo - il fatto cioè che egli non possa essere considerato né angelo decaduto né bestia innalzata - non deve farci ignorare che all’interno dell’uomo così inteso continuano a trovare spazio possibili conflittualità tra il dinamismo dello spirito e il carattere istituzionale e pulsionale del corpo” (p. 882). Possiamo concludere con l’autore che “La nostra realizzazione armonica non dipende, in primo luogo, dal fare (o disfare) un corpo inteso come semplice oggetto, ma nel farsi corpo, abitando il mondo come con-tatto, come appartenenza, come dono - Farsi corpo! E’ il metodo ed il cammino di Dio. Ed è anche il metodo e il cammino della fede in Dio. La fede cristiana non consiste nel credere in Dio come oggetto pensabile, ma nel seguire il “metodo” del Dio incarnato, ossia nel farsi corpo. Dio si è rivelato all’uomo facendosi corpo e l’uomo si apre a Dio facendosi corpo” (p. 883).
AA.VV., Le souci du corps, Dossier, Sciences Humaines, n. 132, novembre 2002: 21-39
Come dice il titolo stesso del dossier di questo n. 132 della rivista francese Sciences Humaines l’oggetto di analisi e di riflessione è la preoccupazione relativa al corpo, che secondo la tesi contenuta nei vari articoli che lo costituiscono è una preoccupazione centrale all’interno delle nostre società occidentali.
A partire dagli anni ‘60, epoca in cui venne pubblicamente proclamata la sua “liberazione”, il corpo è diventato oggetto delle attenzioni più diverse: dalla scultura, all’alimentazione alla chirurgia estetica.
Lo si abbiglia, lo si decora e lo si modifica sempre più, fino a condurlo a diventare una sorta di riflesso dell’identità di ciascuno e allontanandosi da un’epoca in cui esso era strumentalizzato dal lavoro o era sottomesso a norme sociali rigide ed universali.
Il dossier si apre con un breve contributo di Martine Fournier, che focalizza la sua attenzione sul corpo come simbolo del sé, sociologicamente inteso, cui fa seguito un intervento sui francesi che nel tentativo di diventare padroni del loro corpo lo trasformano tenendo conto del contesto sociale ed economico.
Il dossier continua con le riflessioni sul corpo condotte dalle scienze sociali e così se per es. nel XIX secolo alcuni scienziati avevano avanzato l’ipotesi che le caratteristiche fisiche influissero sulla personalità, nel XX secolo invece sociologi, antropologi e storici hanno considerato il corpo come un rivelatore della vita sociale, delle culture, delle norme o degli stili di vita.
Nelle pagine successive il prof. David Le Breton , docente di sociologia all’Università Marc Bloch di Strasburgo, riflette sul mutamento di significato dei tatuaggi e dei piercing, che una volta contrassegnavano l’appartenenza ad un gruppo sociale ben definito, oggi invece sembrano essere diventati l’espressione di un percorso individuale.
Georges Vigarello, storico, professore all’Università di Parigi V e direttore di studi presso la Haute Ecole des Etudes Sociales, autore di un libro importante dal titolo “Le corps redressé ” (ed. Delange 1978 e rieditato nel 2001 da Armand Colin) traccia un quadro di una sorta di ossessione degli educatori e dei pedagogisti di altre epoche che a partire dal Medioevo coltivavano l’ideale di un corpo che fosse perfettamente diritto e che quindi andasse tenuto tale fin dalla nascita. Naturalmente ciò era il frutto del pensiero che il corpo fosse qualcosa di umido, di acquoso, costituito dall’accumulo di differenti umori. La vera rivoluzione è l’invenzione della cosiddetta ginnastica nel corso del XIX secolo, fondata sul principio assolutamente nuovo che gli esercizi meccanici potessero migliorare le forze e l’efficacia del corpo.
Questo principio viene rafforzato, con le esigenze del lavoro in fabbrica della nuova società industriale a cui sia aggiunge la pratica sportiva, mutuata dalla vicina Inghilterra, dove era già molto sviluppata, la diffusione della ginnastica nel mondo della scuola e finalmente la nascita della psicologia che già con Edouard Claparède comincia a parlare di sensazioni interne e poi con Jean Piaget affronta l’evidenza di un’intelligenza senso-motoria. Comincia ad essere messo in evidenza il fenomeno dell’interiorizzazione della motricità. Oggi, per una serie di complessi fattori che l’autore cita sinteticamente nel suo articolo, il corpo rappresenta lo strumento principale nella costruzione dell’identità di una persona, e questo fenomeno sottolinea un mutamento profondo rispetto ai periodi precedenti.
Conclude il dossier come è abitudine della rivista in esame una bibliografia che, come recita la premessa poiché in questi ultimi anni è stata scritta una quantità impressionante di libri sul corpo , presenta soltanto alcune tra le opere recentemente apparse.
Stéphane Breton , Vous nous avez apporté le corps, in Esprit, juin 2006: 45-62.
L’articolo in questione è in realtà l’introduzione del catalogo di una mostra “Qu’est-ce qu’un corps?”, Che cosa è un corpo, prima esposizione di antropologia del nuovo museo di Parigi del Quai Branly, che ha aperto le sue porte lo scorso 23 giugno 2006. L’autore è commissario generale del museo, etnologo, regista di films e conferenziere presso la prestigiosa “Ecole des hautes études en sciences sociales”.
La rivista Esprit, lo ricordiamo ai lettori, è stata fondata dal filosofo personalista Emmanuel Mounier nel 1932. L’articolo ricorda fin dal principio ciò che l’indigeno Boesoon della Nuova Caledonia risponde al missionario e antropologo Maurice Leenhardt che gli chiedeva cosa gli avesse mai portato. L’altro rispose che l’anima già la conoscevano e che ciò che gli era stato portato era il corpo.
E naturalmente una tale risposta sorprese vivamente l’antropologo.
In realtà, come l’articolo mette in evidenza attraverso poche ma dense pagine il corpo così come era inteso dall’antropologo e il corpo pensato dall’indigeno non possiedono il medesimo significato. L’interrogativo fondamentale su che cosa sia un corpo non affronta dunque il tema del concetto di corpo dell’antropologo, ma di questo concetto dal punto di vista indigeno e viceversa, di un corpo quindi considerato in una prospettiva simmetrica propria dell’antropologia e in questo senso il corpo è l’elemento di una relazione, o addirittura è la relazione stessa.
Il saggio si inoltra successivamente a spiegare che il concetto di corpo in altre culture è naturalmente diverso rispetto all’Occidente sia cristianizzato che secolarizzato, per il quale “il corpo è la relazione tra il soggetto e il principio che lo ha generato prima sotto le sembianze di Dio e poi secondo la teleologia del vivente”.
Non dimentichiamo chi è l’autore di queste pagine, ossia un etnologo.
Vediamone le conclusioni, che mi sembrano molto interessanti soprattutto anche perché “concretizzate” in una mostra. La traduzione che segue è nostra.
“In generale una esposizione di etnografia o di “arte primitiva” presenta degli artefatti e talvolta cerca anche di spiegarli. L’oggetto ha un valore di per se stesso. Una mostra sul corpo, per esempio, mostrerà rappresentazioni di corpi o decorati, o deformati o smembrati. E si dirà: ecco come il corpo è raffigurato in questa o in quella cultura. Ma si è vittime di un’illusione. Come Leenhardt da quando si era privato del punto di vista comparativo credeva che il suo corpo possedesse un’evidenza per lui, così si crede che le forme diverse non sono che delle rappresentazioni variabili di una medesima cosa, cioè il corpo.
I nostri propositi invece procedono in senso contrario a quelli di coloro che coltivano l’abitudine di pensare che ciò in cui credono abbia una validità di per sé.
L’aspetto più importante del nostro percorso è il seguente: non sono le rappresentazioni del corpo che ci interessano (e tra l’altro come se tutto quello che si può dire di un corpo debba limitarsi al modo in cui esso è rappresentato, poiché sarebbe sempre lo stesso), ma piuttosto il modo con il quale questa o quella cultura definisce ciò con cui una relazione è stabilita sotto la forma del corpo (per l’Occidente, l’Africa occidentale, la Nuova Guinea e l’Amazzonia: con Dio, con gli antenati, con il sesso materno, con gli esseri che popolano il mondo).
Noi non ci chiediamo di che cosa è costituito il corpo per gli uni o per gli altri.
Non facciamo dell’etnofisiologia.
Noi ci opponiamo all’idea che il corpo sia una cosa stabile e che ognuno ne possegga uno e che sia lo stesso” (p. 60).