Cibo e cultura
Prima parte
Cibo e religione
AA.VV., Sobrietà, in Servitium, Quaderni di ricerca spirituale, n. 162, novembre-dicembre 2005, Città Aperta Edizioni, Troina (EN). (* estratti)
Il numero in questione, quaderno di ricerca spirituale curato dal priorato di S. Egidio in Fontanella (BG) è dedicato interamente al tema della sobrietà che, avverte la Redazione, è un oggetto del quale “non è facile parlare, almeno quanto è forse divenuto inusuale sia nei comportamenti personali che nei rapporti e negli equilibri sociali” (p. 7).
Se non vogliamo relegarla nell’ambito dello “spirituale” o dell’ascesi, né desideriamo sconfinare in quello della temperanza e della povertà allora “la sobrietà sembra rispondere ad una categoria fondamentale dello spirito, costruttiva più che repressiva riguardante la vigile coscienza di sé, il raggiungimento di una matura capacità di relazioni e di una giusta visione delle cose (…). L’interiorità e l’esteriorità richiedono pertanto la sobrietà per non essere eccedenti l’una sull’altra, perché dalle loro oscillazioni e dal loro dialogo scaturisce la pienezza di senso che ogni realtà contiene e al cui compimento aspira, attendendolo” (p. 7).
Naturalmente i diversi contributi che sospingono alla riflessione, e qui sta anche la sua originalità, mantengono inalterato lo scopo del quaderno che “non intende, non ne ha la pretesa di presentare una logica e compiuta trattazione sulla “sobrietà”, così il lettore non cerchi formule, ma spunti di partenza per la sua insostituibile ricerca, tracce critiche per rivisitare i propri atteggiamenti.” (p. 14).
AA.VV., Mangiare e bere, In Parola, Spirito e Vita, n. 53, EDB, Bologna, 2006.
La rivista, dal sottotitolo significativo “Quaderni di lettura biblica”, dedica questo numero all’immagine del “mangiare e bere”, intorno a cui si condensano temi dalla forte valenza teologica e antropologica. Occorre tenere conto di due aspetti fondamentali.
Il primo: “il cristianesimo costruisce la propria identità attorno alla parola cena (l‘“ultima cena”), al pane e al vino che alla cena di Gesù rimandano in modo diretto, e alla preghiera del “pane quotidiano”. Dunque il tema del mangiare e bere non è indifferente e, anzi, esprime un tratto dell’identità cristiana”. (p. 3).
Il secondo è rappresentato dal contributo di Elena Bartolini, su “Santità del cibo e santità della vita: cibi “puri” e cibi “impuri” (pp. 45-60), proprio tenendo conto che in ambito alimentare “il cristianesimo lascia cadere il precetto (di qualsiasi restrizione alimentare) in quanto tale e la connessione tra cibo e sacralità (non ci sono cibi puri e impuri, ndr)” (p. 3).
Il numero si chiude con il contributo di Massimo Salani, docente di storia delle religioni presso lo Studio Teologico Interdiocesano di Camaiore (LU), che presenta una ricognizione a tutto campo su “Il cibo, le religioni, Dio: parlare di Dio attraverso il cibo” (pp. 225-235).
Nel testo l’autore sottolinea come la dimensione dell’appartenenza religiosa finisca per esaltare “il valore del cibo come strumento di relazione, diventando un nodo centrale di una vasta rete ….. che facilita la connessione con Dio - Il cibo è marcatore sociale e marcatore religioso, è sì metafora di vita come lo è dell’aldilà (…). Le religioni ci offrono la convinzione che con il cibo l’uomo, servendosi della natura, può realmente conoscere i suoi fratelli e amare Dio” (p. 225).
Per leggere l’intero quaderno che consiglio vivamente, lo stesso direttore delle Edizioni Dehoniane di Bologna che ne ha curato la pubblicazione suggerisce di assumere come “chiave interpretativa la prospettiva indicata nel secondo contributo contenuto nella seconda sezione dedicata al Nuovo Testamento.
L’autore, Maurizio Marcheselli, docente di Nuovo Testamento presso la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna scrive su “I pasti luogo di rivelazione”. Si tratta di una rassegna di come Gesù, nel Vangelo di Giovanni si rivela nel momento in cui si mangia insieme.
E se la prima sezione è dedicata ai temi alimentari in testi significativi dell’Antico Testamento e la seconda si occupa di quelli contenuti nel Nuovo Testamento, la terza sezione, conclusiva, affronta i medesimi temi del mangiare e del bere nel giudaismo, nella tradizione cristiana, nell’attualità, naturalmente non trascurando i disturbi alimentari, affrontati da Elena Trombini, professore associato di psicologia clinica, Facoltà di medicina e Chirurgia, Università di Bologna, nel suo contributo “Cibo e psiche: alimentazione e relazioni interpersonali” (pp. 209-224).
In queste pagine viene richiamata la teoria e la pratica clinica di D.W. Winnicott, pediatra e psicoanalista secondo il quale l’integrazione dell’esperienza del corpo nel sé dell’individuo comincia con l’iniziale equivalenza tra cibo e madre.
Il disturbo psicosomatico, cui si possono associare i disturbi alimentari sarebbero allora espressi dalla sofferenza indicativa di una scissione particolare tra mente e corpo.
AA.VV., Pane, fame e eucaristia, in Concilium, n.2, 2005, Queriniana, Brescia, 2005 (* estratti)
Il presente numero di Concilium, prestigiosa rivista internazionale di teologia aiuta il lettore a compiere un viaggio di rilettura a partire dal progetto “Fame Zero” proposto dal presidente Lula del Brasile fino ad arrivare all’ultimo contributo dedicato alle figure dell’elemosina, del digiuno e della preghiera.
Come recita l’editoriale “la fame provoca il primo e il più istintivo movimento negli animali e nel gustare il cibo sta, secondo Emmanuel Lévinas, il primo impulso dell’essere umano verso la felicità. La fame di un bambino dà un profilo al desiderio, ed è desiderio nella sua forma primordiale e genuina. Essa attesta inoltre la dipendenza precaria di ogni essere vivente da un altro essere il quale, a sua volta, deve cercare e ricevere cibo.
Questa fame rivela il nostro primario essere in relazione e diventa una metafora per tutte le altre, compreso il rapporto della creatura umana con il Creatore e il Datore del pane”(p. 13).
Gli articoli contenuti nel numero della rivista toccano l’azione sociale e politica, l’interpretazione biblica, la teologia storica, la filosofia, la spiritualità e l’azione pastorale.
Sarebbe oltremodo interessante presentarli tutti. Ci limitiamo ad alcuni, a titolo meramente esemplificativo, certamente non perché li riteniamo più importanti o più significativi degli altri contributi che il prezioso volume contiene.
Innanzitutto accenniamo al contributo del domenicano messicano Angel Mendez, intitolato “Nutrimento divino: gastroerotismo e desiderio eucaristico”.
Fin dalle pagine introduttive il saggio affronta da subito il nodo centrale del tema, ossia il rapporto tra eucaristia e desiderio. “.. Ciò che ha luogo nell’eucarestia è una dinamica di desiderio, sia il desiderio di Dio di condividere la propria divinità con l’umanità, sia il desiderio di quest’ultima per Dio. (..). E in questa realtà eucaristica il desiderio non è una realtà astratta, ma incarnata. (..) Mangiando questo cibo divino la sensualità, in particolare il senso del gusto, è paradossalmente intensificata nella sua materialità, in modo che nulla di materiale sia lasciato indietro. Inoltre questo atto di partecipazione all’eucarestia trasforma nel corpo di Cristo, in una comunità erotico-agapica che è chiamata a nutrire la fame fisica e spirituale. E ad un certo punto di questo atto erotico e gastronomico dell’eucarestia, l’io diventa l’altro” (pp.21-22).
Ma nella logica del dono che Dio fa di se stesso all’uomo attraverso l’eucarestia il gastroerotismo messo in atto da essa “non è allora una messa in pratica meramente estetica, ma implica la pratica etica e comune del bene. Nel movimento all’indietro verso le nostre pratiche siamo posti a confronto con la realtà della sovrabbondanza e della generosità di Dio di fronte alla realtà del mondo”.
A partire da queste fondamentali acquisizioni teoriche l’autore muove verso conclusioni che pongono in essere interrogativi profondi per il credente che si nutre del cibo eucaristico, ma non soltanto. Vediamole.
“Se Dio è nutrimento il teologo deve spingere l’umanità a sradicare la fame fisica e spirituale del mondo. Se Dio è sovrabbondanza, il teologo deve chiedersi come è distribuito il benessere del mondo e come rifletta o non rifletta la generosa condivisione di Dio. Se Dio è amore il teologo deve parlare contro la violenza, l’esclusione e la distruzione. La comunità eucaristica , sacerdotale o laica, teologica o no, è l’incarnazione del movimento divino e ci sfida per sempre a guardare eucaristicamente ai nostri scambi quotidiani” (p. 29). L’altro contributo che vogliamo presentare è scritto dalla teologa tedesca Hadwing Ana Maria Müller. Il breve saggio ha per titolo “La fame di pace, il desiderio dell’altro”. L’essere umano secondo l’autrice è caratterizzato dai due contrassegni fondamentali “Non senza pane” e “Non senza l’altro”. Però mentre “la fame appartiene alla vita come bisogno da placare e da eliminare(…) il desiderio appartiene alla vita umana come una mancanza che non può essere mitigata e eliminata (…). L’altro è la permanente attualità di questa condizione, anzi la rafforza” (p. 87). E queste due dimensioni umane sono strettamente interdipendenti. Infatti “la fame viene calmata là dove le persone condividono reciprocamente” (p. 89). Fame e relazioni sono così strettamente connesse che l’autrice, avviandosi alle conclusioni di queste brevi ma intense pagine titola il suo penultimo paragrafo “Vivere relazioni è una questione di “fame”. E allora se la vita in pienezza è la promessa di Dio ad ogni vita umana, essa non è se non ” vita di comunione”.
“Forse si può dire: quanto poco c’è di vera vita, là regna la fame e tanto poco c’è di vera vita là dove le persone reprimono il desiderio dell’altro. Infatti è ben possibile negare il desiderio e rinchiudersi nelle immagini e nei concetti costituiti in cui si crede di possedere se stessi e gli altri. Fuori la vita continua. Ma dentro è la morte, proprio come significa la morte negare la propria fede” (p. 22).