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La porta della piazza

Sahar Khalifa, La porta della piazza, Roma, Jouvence 1994, pp. 198, edizione originale in arabo; traduzione a cura di Piera Redaelli.

"Ci sputo io sulla Palestina, io. Voglio mio fratello, io, mica la Palestina".
Anche con queste parole Sahar Khalifa apre la porta della piazza, Bab as-Saha.
"La porta di una piazza che piazza non è". È un quartiere nella città bassa di Nablus dove vivono Samar, Nuzha e zia Zakie, detta Haggia.
E proprio "dai quartieri bassi zia Zakie poteva avere una visione completa della città, con la gente disposta attorno a lei come in un teatro e cime che si innalzavano fino al Creatore".

 


Tre donne in mezzo a una folla di donne, ritratte da Sahar con pennellate di precisa e colorata dolcezza, fotografate con la prontezza di un reporter di guerra.
Le loro vite, i loro incontri e scontri, le loro giornate trascorse insieme, le loro convivenze casuali e forzate, provocate da improvvisi coprifuoco aprono al lettore un mondo mediterraneo caldo e tragicamente affascinante a causa dell'intifada, una guerra combattuta fra le mura domestiche e per le vie del quartiere.
Nuzha, zia Zakie e Samar hanno storie e destini diversi, ma con tratti che le accomunano e le fanno incontrare sulla strada dell'autocoscienza e del combattimento: la passione per la verità, per la libertà del popolo palestinese, per l'indipendenza della donna palestinese.
"Un'indagine scientifica esige prove precise" dice l'appassionata Samar prima di esprimere giudizi sulla posizione di una donna accusata di collaborazionismo e per questo punita severamente dai suoi concittadini.
E ancora Samar chiede alle vicine di quartiere che la circondano e che va a trovare fino a casa "che cosa è cambiato nella vita delle donne durante l'intifada?".
Ecco che Sahar Khalifa donna palestinese si racconta insieme alle sue compatriote.
"Questa è la nostra vita: uno struggersi continuo, tortura dopo tortura. Che Dio le aiuti le donne". Sono donne "in pena per gli shebab che vagano latitanti fra rocce e scarpate, bruciati dal sole o intirizziti per il freddo, randagi sulla montagna, fra branchi di sciacalli, spine e rovi".
E così gli shebab sono anche latitanti e poco presenti nelle pagine di Sahar.
Sono ragazzi che si muovono quasi come fantasmi.
"Shebab" vuol dire ragazzo, giovane, ma dall'inizio dell'intifada indica i ragazzi più attivi nell'attaccare a sassate l'esercito israeliano.
Uno shebab, Husam, è quasi uno dei protagonisti del romanzo, ma se ne sente poco la consistenza, la personalità. Qual è la sua specificità? Il suo carattere?
Perché Husam combatte per la Palestina?
Per lui shebab la zia Haggia lascia al mattino il letto caldo quando arriva all'improvviso in cerca di ristoro, perché lei da donna palestinese sa curare, difendere e proteggere chi le chiede aiuto.
E cosa vuol dire lottare per la Palestina? Ed essere martire per essa?
Le tante domande suscitate da Husam giovane combattente peregrino e con esperienze di detenzione amministrativa, non trovando risposta esaustiva nelle sue parole e azioni, fanno di lui quasi un eroe negativo. Perché? C'è qualche collegamento con il suo essere uomo arabo? O forse sparisce di fronte all'originalità delle donne a cui si affianca?
O forse ancora ci sono concetti, valori e azioni della cultura e società palestinese che vanno semplicemente guardati, non indagati e non giudicati.
"Mabruk, congratulazioni a te Palestina. Hai un nuovo sposo".
"Non sta bene che un martire se ne vada senza essere festeggiato".
"Gli zagarid sono necessari, per allontanare il demonio: il sangue di un martire deve essere festeggiato".
Ecco queste sono frasi complesse e misteriose per chi è straniero a quella cultura, e soprattutto sono frasi di un'anima della Palestina.
C'è poi infatti chi urla: "Maledetta Palestina. Maledetto chi ti ha creato. Maledetta sia la tua terra e chiunque si proclami palestinese. Ti sei presa mia madre, mio padre, mio fratello, il mio onore e
non mi hai lasciato nulla, Palestina nessuno di quelli che amo. Non un parente, non un amico. Tutti se ne sono andati. Tutti annientati, miserabili, affamati, spogliati. (...).
"(...) la Palestina è come un mostro. Mangia trangugia e non si sazia mai".
La preziosità della "Porta della piazza" sta, dunque, anche nella rara onestà e coraggio con cui Sahar Khalifa tratteggia la lotta per la libertà del suo popolo, mostrandone la complessità, le diverse anime, i differenti modi di combattimento e di azione.
In tutto questo le donne sono sempre presenti.
Partecipano alle riunioni dell'Associazione presiedute da Sahab, nuvola, e in cui si discute della "questione della donna" e del "lungo cammino" e ciascuna dà il suo contributo.
Samar, invincibile componente dell'Associazione, va per il quartiere con "il questionario", il plico dei fogli per la ricerca sulla vita della donna durante l'intifada.
Zia Zakie, levatrice instancabile, aiuta i bimbi nuovi a venire al mondo.
Nuzha, ragazza, già bambina selvaggia e spigliata, innamorata del suo fratellino minore, fascinosa ballerina, con la sfortuna di una famiglia andata in rovina, con il suo modo di vivere e di essere mette in crisi sistemi morali e sociali.
Alcune contadine, dopo essere state prese a calci e percosse con rami di ulivo da soldati israeliani che lacerano pure i sacchi spargendo a terra le olive, "(...) colpendosi il volto per la disperazione" ne raccolgono delle manciate e le utilizzano "come proiettili".
Una folla di donne in continuo movimento e azione, sempre pronte a demolire le barriere che si alzano. Una folla di parole al femminile.
Un tentato discorso con l'uomo di quella società. Un uomo amato e odiato nello stesso tempo. Un uomo che a volte ha portato la propria donna alla rovina. Eppure è lo stesso uomo che combatte nobilmente per la Palestina.
Samar, ragazza laureata, sin da bambina tenta il dialogo con gli uomini della sua famiglia e da giovane lotta per il suo paese.
Samar è picchiata dai soldati israeliani.
Samar è picchiata soprattutto dal fratello come "una navicella in balia delle onde", e si sente "sopraffatta e umiliata, insignificante e priva di ogni valore".
Ma "non era più una bambina ed era diventata cosciente del fatto che ciò che un tempo le dava semplicemente sui nervi, altro non era che l'anello di una lunga catena, la catena della civiltà, della storia e del progresso dei popoli. Un anello nella catena del conflitto fra i sessi, dello sfruttamento e dell'oppressione".
E così girano tra le mura della piazza profumi, pensieri, lamenti frasi come "Sono le madri che devono tribolare per le figlie".
Tutto accade nella porta della piazza, dove un piccolo quartiere diventa l'emblema di un teatro di guerra, mostrando come l'intifada porti una disgregazione interna, faccia implodere le mura di casa, cristallizzi rapporti secolari fra i sessi, non consentendo un'evoluzione. È così? E' anche così.
E forse sono davvero eloquenti i pensieri di Husam, ritornato in sé e non più solo eroe negativo, dopo aver rischiato di alzare le mani su una donna "Cosa ci ha fatto l'intifada? Ma poi è stata l'intifada a ridurci così? Oppure la tensione, questa vita randagia e instabile, questa situazione di confusione. La guerra, insomma. Il peggio è poi che la gente non la considera una guerra. Ma come altro definire la situazione in cui ci troviamo? Una guerra, in cui incapaci di colpire il nemico, abbiamo cominciato a far del male a noi stessi".
Grazie a Sahar Khalifa, per aver scritto questo libro, seppure amaro, di luci, ombre, profumi, polvere, sangue, lotta, desiderio di pace. Ma soprattutto per i dubbi e la spinta a riflettere ed agire.