Acqua, ambiente ed arte nelle Marche
Descrizione dei luoghi di visita

Montefiore dell’Aso

Il Comune di Montefiore dell’Aso, situato tra i monti Sibillini e il mare Adriatico, è considerato uno dei borghi medioevali più belli d’Italia.

Il Complesso Conventuale di San Francesco

La Chiesa di S. Francesco, risalente al 1303, è una delle prime chiese francescane nel territorio piceno.
All’interno della Chiesa è conservato uno dei pochi monumenti funebri doppi esistenti in Italia: il sarcofago fatto realizzare dal cardinal Gentile Partino in memoria dei genitori (1310).
“L’ampiezza del complesso conventuale e l’articolazione delle sue parti testimoniano l’importanza che l’ordine francescano aveva nel territorio di Montefiore dell’Aso. Il Convento fu costruito seguendo i canoni proporzionali delle costruzioni francescane in cui il rapporto tra larghezza e lunghezza delle aule delle chiese sono di norma compresi tra 1:2 e 1:3, ovvero le stesse dimensioni dell’attuale Museo Adolfo De Carolis.
Nel ‘600, Ilario Altobelli nella “Genealogia Seraphica”, illustra in uno schema il complesso di Montefiore composto dal convento, dalla chiesa e da due chiostri: uno nella corte interna del convento ed un secondo, ad uso di hortus conclusus, sito nell’attuale piazza di San Francesco.
La presenza del doppio chiostro, tipica dei conventi maggiori, attesta l’importanza del complesso, in cui il chiostro meditativo si accompagnava al chiostro per la coltivazione delle erbe per lo più di tipo medicamentoso.
Il convento, a seguito della soppressione degli ordini monastici, divenne di proprietà pubblica e dal 1860 ospitò scuole ed abitazioni private subendo notevoli deturpazioni; durante la seconda guerra mondiale venne utilizzato anche come ricovero per gli sfollati. Seguirono anni di abbandono totale e solo alla fine del XX secolo il complesso è stato inserito nei piani di programmazione comunale con l’intenzione dell’Amministrazione Comunale di trasformare l’intero complesso in luogo d’incontro culturale e sede di polo museale.
Il complesso conventuale, ristrutturato a seguito degli eventi sismici del 1997, è stato destinato dall’Amministrazione Comunale a custodire e promuovere il patrimonio culturale civico.
Il nuovo percorso museale si snoda negli ambienti conventuali accogliendo la Sala Carlo Crivelli, il Centro di Documentazione Scenografica Giancarlo Basili, il Museo Adolfo De Carolis, il Museo della Civiltà Contadina, il Museo Domenico Cantatore e la Sala Videoproiezioni.
Il complesso museale, inoltre, accoglie al piano terra associazioni ed altre attività culturali come la corale cittadina nella sala denominata “La Musica a Montefiore dell’Aso”, la scuola di pittura ed incisione nel “Laboratorio delle Arti e dei Mestieri” e l’artigianato artistico nella “Bottega delle Arti”. Distribuita all’interno di alcuni locali del Polo museale si trova, infine, la Collezione d’arte contemporanea “Premio Pino Mori”. In essa sono raccolti tutti i primi premi del concorso di pittura avviato nel 1995 e dedicato all’artista nato a Campofilone nel 1920 e morto a Montegiorgio nel 1994.
Al fine di offrire le migliori condizioni di fruizione pubblica delle collezioni, con particolare attenzione alle persone con disabilità motorie o sensoriali, l’accessibilità è garantita in tutte le sezioni museali.
Esperienza avvolgente all’interno del Polo Museale di S. Francesco è l’incontro con il cinema, sin dal primo momento di entrata al museo. Nella biglietteria, sulla parete destra, attraverso le finestre circolari della porta di una sala cinematografica, lo spettatore può affacciarsi in una stanza allestita con le poltrone di un vecchio cinema dismesso ed oscurata per permettere la visione delle immagini proiettate in moto continuo sulla parete di fondo. All’interno della sala è in funzione il meccanismo utilizzato da Giancarlo Basili per creare la neve nel film “Nirvana”, neve finta realizzata con vecchi trucchi pre-digitali. La neve, attivata da un interruttore posto alla destra della porta, ricopre anche le poltrone, creando un’atmosfera fiabesca sospesa in un tempo lontano: un omaggio al cinema, alle sue origini e al fascino del buio della sala, in cui lo spettatore si immerge per lasciarsi trasportare dalle immagini dello schermo.
Il centro di documentazione nasce per raccogliere, accanto alle scenografie realizzate da Giancarlo Basili, anche materiali sul cinema (disegni, schizzi, bozzetti, foto di scena e documenti audiovisivi), creando all’interno del Polo museale una struttura permanente, che non sia mero archivio sul cinema, ma anche centro di studi e ricerche, attraverso l’organizzazione di convegni, seminari, rassegne e mostre sul cinema. Il centro è dunque luogo di una serie di iniziative sul cinema che coinvolgono direttamente la città di Montefiore dell’Aso…”

Il Polittico di Carlo Crivelli

Il polittico originario fu smembrato e in parte venduto sul mercato antiquario nell’800.
Il polittico, oggi trittico, era composto da tre livelli orizzontali: la Cuspide, che era la parte superiore, il Registro centrale, ovvero la parte centrale e la Predella, la parte inferiore.
Le figure rappresentate sono San Pietro al centro tra Santa Caterina D’Alessandria e la Maddalena e, nella parte superiore, ben tre tavole sono dedicate a rappresentanti dell’Ordine Francescano: un Santo non identificato, Santa Chiara, San Ludovico da Tolosa oltre al San Francesco, nella parte centrale del polittico, oggi a Bruxelles.
“La distribuzione degli insediamenti francescani, dapprima extra moenia e tra la seconda metà del sec. XIII e i primi decenni del XIV sec. all’interno delle città di un certo rilievo economico o politico-amministrativo, è una chiave di lettura significativa per leggere il territorio di Carlo Crivelli e dei crivelleschi le cui opere sono spesso commissionate per adornare altari di chiese dei Minori.[…]. A metà del XV sec. l’ordine dei francescani assume un grande peso istituzionale nel tessuto sociale delle città di Carlo Crivelli e dei crivelleschi.
I Minori incidono nella politica locale, gestiscono servizi sociali, sepolture, amministrazioni di testamenti, si occupando di istituzione di scuole, biblioteche, conventi. (Liberamente tratto da: Maria Nazzarena Croci, Coordinatrice del progetto “Crivelli e le Marche”, in “Itinerari crivelleschi nelle Marche”, a cura di Pieluigi De Vecchi, ed. Maroni 1997.
I veneti Carlo e Vittore Crivelli furono molto presenti nelle Marche nel XV secolo.
L’arte di questi Autori appartiene alla corrente del Gotico, denominato Internazionale in quanto si estende dal Golfo di Venezia alle Marche e alla Dalmazia, e allo stesso tempo è individuata anche come “Adriatica” perché l’Adriatico è il luogo delle loro Opere.
Tra i secoli XV e XVI si hanno infatti notizie di rapporti tra la cultura marchigiana e quella istriano-dalmata e centri di cultura slava si trovano a Ragusa, Spalato, Zara, Sebenico.
La visione di alcune tra le tante Opere d’arte presenti nel territorio marchigiano permetterà agli studenti di compiere l’esperienza di visitare in modo animato e originale, momenti della nostra storia politica, culturale, economica, sociale, religiosa, insieme a quella di altre civiltà.
In occasione della visita, potrebbe essere interessante ed opportuno soffermarsi con gli studenti anche sul fenomeno dei trasferimenti delle opere d’arte dai nostri Musei verso quelli di altre nazioni al tempo in cui le opere d’arte venivano considerate “bottini di guerra”, e sul fenomeno della dispersione e della scomparsa di altrettanti capolavori avvenuta, in particolare, nel corso del XIX sec.. Quest’ultimo fatto è da considerarsi ancora più grave perché è stato gestito dai nostri stessi connazionali e non si è esaurito nel XIX sec.
Si potrà far notare agli studenti che coloro che sottraggono le opere d’arte per qualuque motivo, anche non di lucro, commettono un gesto molto grave perché si appropriano di un bene che, nelle intenzioni dell’ autore, è indirizzato a tutti gli uomini.
Quando infatti un individuo sottrae un’opera d’arte dal luogo pubblico al quale è stata destinata, priva tutti gli altri uomini della possibilità di sperimentare quelle emozioni e di arricchirsi di quei contenuti che l’artista ha saputo e voluto comunicare a tutti gli esseri umani indistintamente.

Sala Adolfo de Carolis (Montefiore 1874-Roma 1928)

Nella sala è documentata la varia e vasta attività del pittore, artista, fotografo, illustratore, xilografo, letterato, Adolfo De Carolis.
Oltre a dipingere gli affreschi per il salone dei quattromila nella Sala Maggiore del Podestà di Bologna, l’artista ricevette l’incarico di decorare l’Aula Magna dell’Università di Pisa, il Palazzo dell’Amministrazione Provinciale di Ascoli, la Sala del Consiglio Provinciale di Arezzo, la cappella di San Francesco a Padova nella quale De Carolis rievoca episodi salienti della vita del Santo.
Delle sue produzioni xilografiche si ricordano in particolare le illustrazioni di molte opere del D’Annunzio e del Pascoli.
” L’importanza della raccolta… sta nella sua unicità; tutti i quadri riuniti si riferiscono alla massima opera del pittore: gli affreschi del Salone dei Quattromila nel Palazzo del Podestà di Bologna. Dai disegni ai grandi bozzetti nei quali il De Carolis fissò su tela ad olio l’ispirazione più immediata, più fresca, più artisticamente interessante…” (Giuseppe Ottaviani, Montefiore Dell’Aso, La storia, l’arte, i monumenti, i personaggi illustri, Fast Edit 1996)

Collezione Domenico Cantatore (Ruvo di Puglia 1906…?)

Il pittore Domenico Cantatore è annoverato tra i maestri della “generazione di mezzo” per quanto riguarda, in particolare, gli strumenti e i modi della comunicazione agli inizi del XX secolo.
Nella sala dell’ex convento di San Francesco è esposta la produzione grafica dell’autore: litografie, acqueforti, cere molli, acquetinte ad uno o più colori, che si sviluppano insieme all’opera pittorica.

Museo della Civiltà Contadina

Il museo raccoglie oggetti e attrezzi di uso domestico-rurale tra cui un telaio, un torchio dell’Ottocento con relativo materiale collegato alla produzione del vino, aratri in legno, gioghi, setacci, ecc.
Il museo dispone inoltre di documentazioni didattiche, fotografie e testimonianze di storia orale (nastri registrati con testi musicali, stornelli, dispetti, a carattere dialettale).

Produzione artigianale artistica locale

Per quanto riguarda la produzione artigianale- artistica locale sono presenti manufatti in ferro battuto, forgiato e piegato a mano; miniature in legno con lavori di intarsio e mosaico; mosaici effettuati con ritagli di mattoni antichi.
Nella cooperativa agricola “La Campana” si trovano lane naturalmente lavorate e tinte con colori naturali: l’Indaco da Guado è un’esperienza unica in Italia (contrada Menocchia).
Le specialità gastronomiche del luogo sono varie e tipiche; tra queste ricordiamo le ” olive all’ascolana” che richiedono una preparazione particolare e di cui ai più volenterosi si proporrà la ricetta e la possibilità di impararne la preparazione insieme ad un “testimone”.

Ortezzano

Il Comune sorge su di un piccolo altipiano posto alla sommità di una collina che si affaccia sulla fertile valle del fiume Aso. Ortezzano occupa un territorio di 699 Ha, ma la superficie urbana si estende per soli 52Ha, con la prevalenza del territorio destinato all’attività agricola. Ortezzano, infatti, privilegia fra le sue attività economiche l’agricoltura e promuove varie iniziative connesse alla trasformazione e commercializzazione dei prodotti della terra.
In molti laboratori artigianali a conduzione familiare si possono trovare prodotti specifici come la lavorazione delle carni suine, la produzione di olio e quella di vini di qualità quali il Falerio e il Rosso Piceno.
La fertilità della valle dell’Aso e la specificità del territorio collinare favoriscono poi una coltivazione ortofrutticola pregiata.
Al centro del Paese, nella Piazza Umberto I, si affaccia la Chiesa di S.Maria del Soccorso di origine farfense e risalente al 1450.
All’interno della Chiesa si conserva la “Madonna col Bambino e Santi”, tavola dipinta da Vincenzo Pagani (1490-1568), sotto l’influsso della scuola crivellesca, ed in cui sono presenti alcuni elementi decorativi caratterizzanti il pittore, quasi una sigla autografa, quali: la rappresentazione della candela, delle ciliegie, simbolo di buona messe, e il motivo romboidale del trono.
Scendendo dalla Piazza lungo via Carboni si incontra l’abitazione del prof. Giuseppe Carboni (Ortezzano1856-1929), noto latinista, e autore insieme al prof. Campanini del famoso dizionario latino-italiano.
Al fine di onorare la memoria di Giuseppe Carboni, da diversi anni, la Libera Università Adulti e Tempo Libero di Fermo e del Fermano ed il Comune di Ortezzano, con il Patrocinio del Ministro dell’Istruzione, della Presidenza del Consiglio della Regione Marche, dall’Assessorato alla Cultura della Provincia di Ascoli Piceno, il Comune di Roma e della Banca di Credito Cooperativa Picena di Castignano, organizzano un Certame Latino, riservato agli alunni del penultimo e dell’ultimo anno del Liceo Classico o Scientifico o Istituto Magistrale.

Centro Studi sul Folklore Piceno

Il Centro è stato istituito nel 2003 con lo scopo di preservare il patrimonio culturale rappresentato dalle tradizioni popolari del mondo rurale ed urbano dell’area picena.
” […] Il folklore viene in genere definito come l’insieme di usi, tradizioni e credenze di un insediamento umano più o meno esteso. Esso tuttavia non è, come si potrebbe credere, limitato alle sole comunità rurali. La tradizione popolare, infatti, si è diffusa e sviluppata con funzioni e modalità diverse, anche nei centri urbani.
Oggi, grazie anche al contributo di storici, antropologi, etnologi, sociologi e linguisti, la letteratura e le tradizioni popolari non sono più considerate elementi pittoreschi o romantici di una società, oppure una “forma inferiore” di cultura rispetto a quella dominante. Il folklore è considerato come parte dell’evoluzione culturale nonché importante fonte d’informazioni sulla storia del genere umano…” (Liberamente tratto dalla Premessa al Protocollo d’Intesa per la Creazione di un “Centro di Studio sul Folklore Piceno”; www.folklorepiceno.it)
Il Centro possiede un archivio costituito da interessanti articoli, ricerche e offre numerosi volumi in consultazione.

Monte Rinaldo

Il Santuario Tardo Repubblicano (II-I sec. A.C.) - Divinità e Culti

A poca distanza dal Comune di Monte Rinaldo si trova una zona archeologica, “La Cuma”, dove è venuto alla luce uno splendido tempio romano ellenistico che i romani costruirono in corrispondenza, molto probabilmente, di una sorgente d’acqua perché “…l’acqua sembra rappresentare l’elemento naturale costitutivo di questo luogo sacro. All’acqua si legano infatti i riti della sanatio (guarigioni) tipici dell’area centro italica con attestazioni anche sul versante adriatico. La pratica di tali riti è documentata a Monte Rinaldo dal rinvenimento di terracotte votive, costituite da ex-voto di III-I a.C. in cui, accanto a votivi anatomici (mani e piedi), compaiono anche teste, statuette panneggiate e bovini” (Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche, Comune di Monte Rinaldo, “Area Archeologica del Santuario Romano di età Tardo Repubblicana di Monte Rinaldo”)

Il complesso cultuale

I resti del tempio sono di dimensioni imponenti, ragion per cui gli studiosi ritengono che il luogo di culto doveva essere di particolare importanza. Gli scavi e l’esplorazione iniziata nel 1957 e non ancora terminata, hanno riportato alla luce un portico lungo in origine circa 66 metri a doppia fila di colonne di arenaria, ioniche (alte m. 6,80) e doriche (m. 4,70), costituito da un muro di fondo a grossi blocchi di tufo e da una duplice fila di colonne anch’esse di tufo. Assume particolare interesse la presenza accertata ma non ancora visibile, di un pozzo ubicato tra il tempio e il porticato, perché esso era sicuramente collegato all’origine e alla frequentazione di questo importante santuario.

La decorazione architettonica in terracotta

“Come in altri luoghi di culto dell’area etrusco-italica, il porticato e il tempio erano rivestiti di elementi in terracotta che oltre a proteggere le travature lignee delle strutture architettoniche assumevano anche una funzione decorativa. Le terrecotte, per lo più a stampo con ritocchi a mano e policrome, si dividono in vari elementi relativi alla copertura degli architravi…e alle decorazioni del frontone. Tali decorazioni, influenzate nei soggetti dalla politica di Roma, che aveva assoggettato al suo dominio il Piceno meridionale a partire dal 268 a.C., documentano le diverse fasi di vita del complesso cultuale.
Notevole appare la qualità artistica di queste sculture in terracotta contraddistinte da una vigorosa caratterizzazione patetica che le avvicina ad opere del barocco dell’Asia Minore con richiami all’altare di Pergamo (180 a.C). Le sculture frontonali di Monte Rinaldo rientrano nell’ambito della cultura artistica di tipo provinciale elaborata nei santuari tardo ellenistici dell’Italia adriatica…” (Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche, Comune di Monte Rinaldo, “Area Archeologica del Santuario Romano di età Tardo Repubblicana di Monte Rinaldo”)
Il complesso archeologico di Monte Rinaldo presenta diversi elementi di notevole interesse storico, artistico, culturale, religioso oltreché archeologico. Nel Tempio infatti in età tardo repubblicana veniva praticata la “sanatio”, ovvero dei veri e propri riti di guarigione strettamente associati all’acqua. Proprio a partire da questi riti si proporranno agli alunni confronti interessanti con le forme rituali della nostra cultura religiosa in cui uno degli elementi fondamentali è appunto l’acqua ed il suo valore simbolico.
Il ritrovamento di ex-voto testimonia poi una religiosità confidente e fiduciosa, mai scomparsa e presente e diffusa anche ai nostri giorni.
Da ultimo, le caratteristiche strutturali del Tempio testimoniano la diffusa romanizzazione dell’area Picena e suscitano motivi di riflessione e di approfondimento sui vari aspetti della effettiva colonizzazione, di tipo anche culturale, che i romani esercitavano nei territori conquistati.
Di seguito le riflessioni potranno estendersi alle tante caratterizzazioni della “Civitas” Romana della quale in particolare si esalta, nei nostri manuali scolastici, il profondo rispetto delle culture “altre”.

Porto Sant’Elpidio

Nella seconda metà del secolo scorso, il Comune di Porto S. Elpidio, con la costruzione della strada di collegamento della costa, dall’Abruzzo a Loreto ( strada Aprutina o Lauretana), divenne la principale direttrice di sviluppo degli insediamenti costieri.
“[…] accrescendosi le vie di collegamento tra Nord e Sud nel nuovo contesto dell’Italia unita, gli interessi economici dall’entroterra si spostarono progressivamente sulla costa e Porto Sant’Elpidio nel tempo si è trasformata nel Paese “più lungo” del litorale piceno.
La ripresa economica che ne ha fatto la vivace cittadina attuale non è legata alla pesca, ma è dovuta alla diffusione dell’attività calzaturiera. Sin dalla seconda metà dell’Ottocento è divenuta la principale attività e dal dopoguerra ha assorbito la manodopera eccedente nel settore agricolo. Grazie ai ritmi sostenuti e all’impegno indefesso di quanti erano abituati al lavoro dei campi, con l’affermarsi del modello marchigiano, si sono diffusi territorialmente tacchifici, gommifici, scatolifici e quante altre aziende svolgono la propria attività in settori attinenti alla produzione delle calzature….” (Da: “Guida della Provincia di Ascoli Piceno” Edizioni Menabò, Ortona, 1999)
Tra la strada Adriatica e l’autostrada è ubicata una splendida villa nobiliare, che dal 1980 è di propietà comunale; si tratta di villa Baruchello.

Villa Baruchello

Villa Baruchello o Villa Fonteserpe è stata costruita nella seconda metà del ‘700.
“Alcuni documenti medievali citano per questa area il toponimo “Paradiso”, che probabilmente indicava la presenza di una natura lussureggiante conservatasi fino a noi.
Con la vendita della Villa al Comune da parte degli ultimi proprietari - i Baruchello - nel 1980, la vegetazione è stata tutelata con l’istituzione di un Orto Botanico e inserita nella normativa urbana per i vincoli paesistici (Legge 1497/39).
Il nome originario stesso, Fonte Serpe, trae origine dalla ricchezza di sorgenti d’acqua presenti nel sottosuolo (la presenza di vasche, della fontana al centro del giardino e di una fonte in pietra).
La presenza di una risorsa fondamentale quale l’acqua fa presumere che il sito in cui sorge la villa sia stato abitato da tempi antichissimi (a confermarlo vi sono stati dei ritrovamenti archeologici risalenti all’età del Ferro nelle vicinanze). Storici locali, infatti, ipotizzano la presenza in tempi remoti di un porto naturale, almeno fino a che di fronte alla costa, originariamente a picco sul mare, dal III-II secolo a.C. non iniziò a formarsi un cordone litoraneo che dovette rendere più difficile il commercio di navi di piccolo cabotaggio. Non si escludono inoltre occupazioni in età romana e poi medievale.

Il Parco della Villa è diviso in due parti: il Giardino ed il Bosco.
Si giunge all’ingresso della Villa attraverso un lungo viale di lecci. Per arrivare nella parte antistante del Giardino dove sono presenti diverse conifere. Innanzitutto il grande cedro del libano; di fianco si trova un raro esemplare di pino austriaco, vari tipi di pino e abete; numerose sono le piante esotiche messe a dimora dai primi proprietari, in particolare diverse specie di palme tra le quali si distingue la palma nana, l’unica palma spontanea dei nostri climi; piante di clima più temperato come il pino marittimo; piante tipiche della flora mediterranea come il cipresso. Completano le due aiuole d’ingresso alcuni cespugli di pitosporo, di biancospino, di crespino, di spirea e di alcuni piccoli alberi di lagerstremia dal tronco e dai rami che sembrano quasi scolpiti. La parte antistante del giardino è dominata da un vecchio esemplare di platano e dalla fontana centrale che, nella tarda primavera e in estate, si ricopre dalle grosse foglie tondeggianti e dai fiori della ninfea.
Salendo la “scalinata delle Sfingi” si notano un esemplare di cocos australianum e una fitta vegetazione, oggi in parte diradata, di bambÙ, siepi di palma nana e magnolie.
Si arriva così al Bosco costituito per lo più da lecci, ma anche da altri tipi arborei quali platano, tasso, ippocastani. Meritano particolare attenzione un pino d’aleppo eccezionale per le dimensioni e, in cima al colle, un antico pino marittimo e alcuni esemplari di cipresso delle paludi (pianta abbastanza rara dalle nostre parti, anche se cresce comunque bene in Europa nei luoghi prossimi all’acqua).
Dal punto di vista architettonico, l’edificio è composto di due corpi a pianta quadrata unita da una galleria soprelevata sorretta da cinque colonne. Il corpo a Sud costituiva l’abitazione del proprietario; quello a Nord la rimessa, con i granai ai piani superiori e la cappellina e la scuderia al piano terreno. Adiacenti alla costruzione dei servizi ci sono, in un unico edificio, la serra (“limonaia”) e la casa del custode.
Caratteristica è anche la Pineta, situata direttamente sul mare e a completare la parte nord del lungomare. Impiantata negli anni ‘50, la Pineta è costituita per lo più da pino d’aleppo, un centinaio di pini marittimi e alcuni esemplari di pino domestico dalla tipica forma ad ombrello”.

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