Descrizione dei luoghi di visita

Fermo

Museo Polare Etnografico “Silvio Zavatti” - Villa Vitali

Il Museo Polare Etnografico è ospitato dalla Villa Vitali.
Il museo, unico nel suo genere in Italia, si dedica agli ambienti, ai popoli polari artici ed alle ricerche italiane in quei luoghi.
All’interno della Villa si trovano: materiali raccolti dall’esploratore Silvio Zavatti (1917-1985) durante le sue cinque spedizioni polari; documentazioni relative alle esplorazioni polari di Amedeo di Savoia Duca degli Abruzzi (1899-1900) e del generale Umberto Nobile (1926-1928); numerosi manufatti etnografici, storici e naturalistici, in legno, avorio, osso e pietra. Fra questi ultimi sono maggioritari i reperti Inuit e le testimonianze di etnie viventi oltre il circolo polare artico tra il XV e il XX secolo.
Presso il Museo ha sede anche l’Istituto Geografico Polare fondato a Forlì nel 1944 dallo stesso Zavatti, con lo scopo di promuovere spedizioni polari, raccogliere documentazione, stimolare la ricerca e gli scambi culturali con le popolazioni artiche. L’attività dell’Istituto continua a tutt’oggi, con ricerche etnografiche nella Groelandia Orientale e in Siberia.
L’Istituto collabora con Istituti polari di tutta Europa (Comune di Fermo - Musei Scientifici di Villa Vitali - Settore Biblioteca e Musei. Informazioni: Villa Vitali, Viale Trento, 29, Tel e Fax 0734-226166. Grafica Charles Yousséviteh. Stampa: Centro Stampa Comunale, Fermo).
La figura di Zavatti poi rimane ancora di grande attualità e di riferimento per i più giovani.
“[…] Oltre alle ricerche scientifiche, Zavatti ha indicato alle nuove generazioni la via per amare tutte le culture e tutti gli uomini. Proprio nel suo testamento scriveva:
«Lascio all’Italia e agli studiosi i risultati del mio lavoro nel campo della cultura e delle esplorazioni, lavoro che ho sempre svolto con umiltà e grande passione perché consapevole dei limiti propri ad ogni essere umano. Ai giovani che mi stanno tanto a cuore lascio l’esempio di una vita intemerata e li incito a trovare nello studio serio e nella ricerca ardua la strada per innalzare se stessi e la Nazione. Ho amato tutti gli uomini, specialmente i più derelitti, e mi sento perciò cittadino del mondo. E’ in questa visione dell’Umanità che va studiata la mia opera, non solo quella affidata ai volumi, ma soprattutto quella contenuta negli articoli […] » (Gianluca Frinchillucci, Guida del Museo Polare ” Silvio Zavatti” di Fermo- Civitanova Marche, 2005).

La Meteorite

Il 25 settembre del 1996, ore 17,30 nella campagna fermana, cadeva una meteorite.
La meteorite venne chiamata col nome della città di rinvenimento: Fermo.
Fermo è una condrite rocciosa di dimensioni 19 per 24 per 16 cm.
Una delle cause che rendono preziosa Fermo è il fatto che non si sia frantumata a contatto con l’atmosfera, diversamente dalla quasi totalità delle meteoriti rinvenute.
Secondo studi scientifici, l’età di Fermo è di circa 4,5 miliardi di anni. L’esemplare nella sua unicità di misure e peso, costituisce un grande valore scientifico per gli studi delle relazioni Terra- Sole e per le informazioni che fornisce sulla costruzione di leghe sintetiche realizzate dall’uomo. Inoltre il campione offre elementi essenziali per le ricerche sul magnetismo. A sottolineare l’importanza della meteorite Fermo è bene ricordare che solo 50 reperti sono attualmente conservati nei musei catalogati come meteoriti ritrovate in Italia: Fermo è la dodicesima caduta in questo secolo e la terza in ordine di peso” (Comune di Fermo - Musei Scientifici di Villa Vitali - Settore Biblioteca e Musei).

Il Palazzo Comunale dei Priori

Intorno al 1296 fu costruita una facciata unica che riuniva ed accorpava edifici diversi. Ne risultò una costruzione nuova che fu però sottoposta a frequenti modifiche fino al 1590, anno in cui venne elevata la statua in bronzo del Papa Sisto V ad opera di Accurzio Baldi detto “Il Sansovino”. La statua è sostenuta da una loggetta e si erge al centro di una doppia scalinata.
All’interno del Palazzo Dei Priori o Comunale si trovano: la Mostra archeologica permanente “Fermo: dai Villanoviani ai Piceni”; la Pinacoteca Civica con opere di scuola veneta e marchigiana, fra le quali: la trecentesca “Madonna dell’Umiltà” di Francescuccio Ghissi di Fabriano, il tardo- gotico Polittico di Andrea da Bologna del 1369; “Storie di S.Lucia” in otto tavolette di Jacobello del Fiore, databili tra il 1420 e il 1425, vicine al mondo veneziano e al Gotico Internazionale che “…fu caratterizzato dalla diffusione di un’arte raffinata ed elegante curata fin nei minimi dettagli” (“Il Gotico Internazionale a Fermo e nel Fermano”, a cura di Alma Monelli).
Al 1608 risale invece la luminosa “Adorazione dei pastori” di Peter Paul Rubens.

Le Cisterne Epuratorie Romane

Le Cisterne Epuratorie Romane furono costruite in epoca augustea tra il 40 e il 60 d.C.
Il complesso architettonico ospita 30 sale sotterranee disposte su tre file parallele e si estende per 2.212 mq ed è in un ottimo stato di conservazione.
“[…]Certamente l’astuto Ottaviano non poteva fare un dono più gradito, più signorile e più apprezzato ad una cittadinanza romanizzata nella lingua, negli usi e nei costumi: basti ricordare che la più grande ambizione dei Romani del tempo imperiale era quella di avere ottime acque potabili e di poter fare molti bagni… Si aggiunga che, essendo Fermo il «cardine della dominazione romana nel Piceno» (T. Mommsen, CIL., p.508 in Pompilio Bonvicini ” Le Cisterne Romane di Fermo”, 1° Edizione Fermo,1° Dicembre, 1973,stampa a cura della Cassa di Risparmio di Fermo; 2° Edizione 1988 : la prima edizione è stata incorporata nel volume “Firmum Picenum” dalla prof.ssa M. Pasquinucci, Università di Pisa, essendo esaurita in breve tempo la prima edizione. La Società Fermana GAPOSA ha finanziato la stampa della terza edizione-Fermo, 1989. Le notizie sono tratte dalla Prefazione alla 3° Edizione eseguita dal Prof.re Pompilio Bonvicini- Fermo 1° Aprile 1989), non doveva sfuggire ad Augusto l’eventuale pericolo d’un lungo assedio e quindi la necessità di ottime e grandi riserve d’acqua… Se da una parte le varie crepe, visibili nei muri perimetrali e nelle volte, testimoniano le dolorose vicissitudini cui le Cisterne sono andate soggette, e se d’altra parte esse sopportano bene da molti secoli il peso d’un antico quartiere costruitovi sopra, si deve proprio concludere che la tecnica costruttiva, la qualità del materiale edilizio e il calcolo delle resistenze sono superiori a ogni elogio e fanno delle Cisterne fermane una grandiosa realizzazione architettonica, la quale ad una immensa solidità unisce un’austera bellezza e un’incomparabile utilità pubblica” (Pompilio Bonvicini, “Le Cisterne Romane di Fermo”, GAPOSA-Fermo, 1989).
La visita sarà un’occasione per gli studenti per toccare da vicino la solidità armoniosa di strutture architettoniche antiche ed arrivate intatte fino a noi, per conoscere l’alto livello di cultura matematica e ingegneristica dei romani che ne concepirono il disegno.
Gli studenti insieme ai docenti, se lo vorranno, potranno operare un raffronto tra la solidità elegante della struttura visitata e la fragilità disarmonica di tanti edifici contemporanei, interrogandosi sui motivi di queste differenze sostanziali.
Per la visita si consiglia di indossare giacche impermeabili a protezione da una leggera umidità.

Piazzale del Girifalco

Il piazzale del Girifalco si apre su un ampio panorama delle ricchezze naturali marchigiane in tutta la loro armonica varietà. All’orizzonte si distingue infatti il mare Adriatico verso il quale discendono gradualmente le colline tappezzate di verdi ora chiari ora scuri; a sud ovest si riconoscono le vette della Laga, del Gran Sasso e dei Sibillini, a nord le vette del Conero e del Monte S. Vicino. Ovunque si scoprono Paesi vicini e lontani arroccati sulle colline e sulle montagne o distesi in prossimità del mare.

La Cattedrale

La Cattedrale è dedicata a Maria Santissima Assunta.
Fu edificata nel 1227 ad opera di Giorgio da Como “…uno dei tanti maestri comacini che elevarono e decorarono fabbriche in ogni parte d’Italia nel glorioso periodo dei liberi Comuni… La cattedrale fu elevata da Sisto V a Metropolitana e dallo Stato venne dichiarata monumento nazionale…Entrati nel tempio, si presenta l’imponente interno, esercitazione complessa di virtuosismo accademico, con maestosi archi a tutto sesto, volte, finte cupole che si susseguono in giuochi prospettici a chiaroscuro, di un vigoroso effetto scenografico… Entrati nel suggestivo ambiente sotterraneo,… si riesce a ricostruire la pianta delle tre chiese antiche: la paleocristiana, la romanica e la gotica…” (Francesco Maranesi: “Guida Storica e Artistica della città di Fermo”, Andrea Livi Editore)
Presenta una facciata romano gotica realizzata in bianca pietra d’Istria.

Cupra Marittima

“Tutto qui è chiaro, limpido, certo; questo paese è un libro che tutti possono leggere e capire, con un’occhiata… un paese esatto, poetico e razionale, insieme armonico, senza pleonasmi e senza interruzioni, senza falsità e senza bugie…” (Giovanni Bucci, Il mio Paese, Primi Amori, illustrazioni di Anselmo Bucci, Giunti, Firenze, 2002, 121 p. ill…)
Cupra Marittima ospita il Museo Malacologico Piceno con la più grande mostra mondiale di malacologia esistente al mondo con oltre 700.000 esemplari marini, terrestri, dulciacquicoli dalle forme, colori e dimensione più vari e fantasiosi.
Questa località rappresenta per docenti e studenti un’interessante occasione una conoscenza diretta e profondamente educativa dell’ambiente naturale, godendo della vista di alcuni dei tanti tesori esistenti nel mare.
“Inoltre coralli, madrepore, madreperla e tutto ciò che riguarda il fantastico mondo dei molluschi e delle conchiglie. Nel Museo ci sono una biblioteca, una sala proiezioni, una sala convegni, una libreria e un negozio fornitissimi…” (Itinerari Del Pavone, “Sulle strade delle Marche - Macerata-Ascoli Piceno”, Edizione Italiano - English, vol.2°, Piacenza 2004, pag. 236).

Maschere, memoria e magia
Testimonianze da quattro continenti

“Le conchiglie sono tra le strutture più ingegnose che la natura abbia escogitato e, fin dalle origini delle civiltà, sono state loro attribuite grandi e misteriose proprietà.
Ogni popolo ha utilizzato le conchiglie che ha avuto a disposizione in maggiore quantità: i murici nel bacino del Maditerraneo, gli spondili in America, i coni in Africa, le ostriche perlifere in Polinesia, i nassaridi in Papua-Nuova Guinea.
Dogon e Kuba in Africa, Naga, Kachin, Akha in Asia, Maya e Chimù in Meso e Sud America, Chambri e Abelam in Melanesia, hanno messo in atto, attraverso gli oggetti esposti, forme per noi creative ed artistiche che rivelano una complessa organizzazione sociale e complessi rituali…” (Museo Malacologico Piceno-Cupra Marittima, biblioteca@comune.cupra.marittima.api.it).

Offida

All’ingresso del Paese è collocato un gruppo bronzeo che raffigura tre generazioni di donne: una giovane madre ed una bimba sono dedite al lavoro del tombolo mentre la nonna sorveglia attentamente i movimenti delle mani di entrambe.
La scultura è “Il monumento alla Merlettaia”, risale al 1983 ed è opera dell’artista offidano Aldo Sergiacomi; le tre generazioni di donne rappresentano la reale continuità di una tradizione artigianale e artistica che è viva e operante in Offida ancora ai nostri giorni.
Il fatto che l’arte della lavorazione del merletto e del tombolo che si è sviluppata ad Offida fin dal XV secolo si sia poi estesa dalle comunità religiose ai ceti popolari e alle famiglie aristocratiche, dimostra che tanto le barriere sociali come quelle tra le generazioni possono scomparire quando persone diverse si trovano a confrontarsi su uno stesso oggetto il quale, poiché le appassiona, riesce anche ad accomunarle.
L’attività locale del merletto e del tombolo “…ebbe una consacrazione nei mercati europei ed extraeuropei, raccogliendo sempre più consensi e premiazioni. Nel 1910 venne istituita la prima scuola di Merletto all’interno della scuola comunale…Dal 2004 sono in corso iniziative per ottenere il marchio di tutela” (Da “Comune di Offida” Offida, il Merletto a Tombolo)
Le donne offidane artigiane ed artiste hanno saputo trasformare un’attività artigianale in arte intessuta di leggerezza e di grazia e si sono affermate nei mercati nazionali e internazionali della moda, dell’industria e dell’artigianato senza conoscere le dure leggi della concorrenza e dello sfruttamento. In questo modo le donne offidane hanno espresso e continuano ad esprimere le loro capacità creative senza dure cesure con le proprie tradizioni, continuando a svolgere le loro attività in casa o nelle vie del Paese, in compagnia di amiche e di vicine, senza cadere in un quotidiano, rassegnato, solitario affanno tra le attività domestiche e il lavoro fuori casa, tipico di molte donne contemporanee.
Gli alunni insieme ai docenti potranno scoprire quali e quanti siano stati e siano tutt’oggi i presupposti, o i prerequisiti, che hanno permesso e permettono il verificarsi di condizioni di lavoro tanto favorevoli nel Comune di Offida.
Potranno ancora verificare se sia possibile esportare l’esperienza di questo Paese anche in altri territori e con altre culture.
Potranno indagare per quali motivi e fino a quale punto la cultura di un gruppo sociale è legata al territorio nel quale quel determinato gruppo vive ed opera da generazioni.
Potranno chiedersi se abbia ancora senso parlare di uomini e di culture caratterizzate e definite dalla loro appartenenza ad un territorio circoscritto quando la realtà nella quale viviamo ci presenta un mondo che tende ad affrancarsi dai limiti imposti dai confini culturali e geografici i quali sono avvertiti sempre più come strumentali e sempre meno come reali.

Museo delle Tradizioni Popolari

È stato costruito nel 1986 da alcuni alunni ed insegnanti della locale Scuola Media “G. Ciabattoni” ed è stato collocato in ambienti particolarmente suggestivi, con soffitti a volte e cunicoli sotterranei, all’interno del Palazzo signorile De Castellotti Pagnanelli.
Ogni oggetto esposto nei sei settori del Museo ha il suo nome dialettale e il corrispettivo italiano. In ogni settore sono stati ricostruiti ambienti caratteristici come la cucina, con il suo corredo per la preparazione e cottura delle vivande, e sono esposti strumenti legati alla civiltà contadina ed a quella cittadina artigiana: la filatura, la tessitura, la bottega del falegname e quella del calzolaio; la cantina posta nel seminterrato ospita una grande caldaia in rame incassata in una struttura in mattoni e adibita alla produzione del “vino cotto”.
Gli oggetti della vita quotidiana, i tanti strumenti di lavoro, gli ingegnosi macchinari, gli ambienti domestici e lavorativi ricostruiti con minuziosa fedeltà raccontano la laboriosità e la sapienza con le quali uomini e donne di un recente passato hanno tratto dall’ambiente naturale i mezzi necessari alla sopravvivenza. Gli oggetti e gli strumenti ci parlano anche dell’opera attenta e della cura generosa che quegli uomini e quelle donne hanno avuto per l’ambiente naturale tanto da poterlo consegnare ancora integro e produttivo alle generazioni successive.
Dopo aver considerato gli ambienti e gli oggetti conservati nel Museo ci si potrà interrogare con gli studenti sul significato di questa raccolta e conservazione; si potrà osservare che se quegli oggetti sono ormai caduti in disuso essi non sono tuttavia “inservibili”: oltre all’ingegno dei loro autori, gli strumenti riferiscono dei tempi e dei modi impiegati nel lavoro e, soprattutto, riconducono al genere dei rapporti che l’uomo ha saputo instaurare con l’ambiente naturale.
Se non è ormai più possibile né auspicabile ripercorrere nella nostra epoca i tempi e i modi che appartengono al lavoro del secolo scorso, il genere dell’antico e privilegiato rapporto instaurato con l’ambiente potrebbe invece suggerire ancora agli uomini ed alle donne del nostro tempo la direzione da seguire per poter creare una relazione consapevole, equilibrata e finalmente corretta con il mondo naturale nel suo insieme.

Santa Maria della Rocca

Un tratto di strada panoramica affiancata da qualche villa solitaria conduce verso la chiesa di Santa Maria della Rocca che sorge su una rupe a una certa distanza dal Comune di Offida e che si presenta gradualmente in tutta la sua slanciata e armonica bellezza allo sguardo del visitatore che man mano si avvicina.
Di stile romanico-gotico fu costruita nel 1330 sulle fondamenta di un castello longobardo che ospitava una chiesa di piccole dimensioni; tutto l’edificio apparteneva a Longino D’Azzone, signore offidano di origine franca o tedesca il quale, nel maggio 1039, dona il castello e la chiesa all’abate di Farfa e sottomette se stesso, la moglie e i figli all’Abbazia.
Gli alunni potranno essere sollecitati a considerare il fatto che le forme delle strutture architettoniche e gli stessi luoghi in cui esse sono inserite, rappresentano un documento storico che è interessante decifrare: l’aspetto solenne e severo di Santa Maria della Rocca richiama infatti alla mente l’impianto originario della struttura, che era quello di un castello feudale. Si potrà a questo punto risalire alla forma del potere indiscusso e assoluto che il feudatario esercitava dal suo castello sugli uomini e sulle cose circostanti.
La scelta del luogo elevato e solitario nel quale è stato fondato l’edificio risponde a obiettivi precisi: il potere assoluto e indiscusso del signore feudale deve essere chiaramente visibile ai suoi sudditi, va protetto e difeso e non può essere condiviso.

Montefiore dell’Aso

Il Comune di Montefiore dell’Aso, situato tra i monti Sibillini e il mare Adriatico, è considerato uno dei borghi medioevali più belli d’Italia.

Il Complesso Conventuale di San Francesco

La Chiesa di S. Francesco, risalente al 1303, è una delle prime chiese francescane nel territorio piceno.
All’interno della Chiesa è conservato uno dei pochi monumenti funebri doppi esistenti in Italia: il sarcofago fatto realizzare dal cardinal Gentile Partino in memoria dei genitori (1310).
“L’ampiezza del complesso conventuale e l’articolazione delle sue parti testimoniano l’importanza che l’ordine francescano aveva nel territorio di Montefiore dell’Aso. Il Convento fu costruito seguendo i canoni proporzionali delle costruzioni francescane in cui il rapporto tra larghezza e lunghezza delle aule delle chiese sono di norma compresi tra 1:2 e 1:3, ovvero le stesse dimensioni dell’attuale Museo Adolfo De Carolis.
Nel ‘600, Ilario Altobelli nella “Genealogia Seraphica”, illustra in uno schema il complesso di Montefiore composto dal convento, dalla chiesa e da due chiostri: uno nella corte interna del convento ed un secondo, ad uso di hortus conclusus, sito nell’attuale piazza di San Francesco. La presenza del doppio chiostro, tipica dei conventi maggiori, attesta l’importanza del complesso, in cui il chiostro meditativo si accompagnava al chiostro per la coltivazione delle erbe per lo più di tipo medicamentoso.
Il convento, a seguito della soppressione degli ordini monastici, divenne di proprietà pubblica e dal 1860 ospitò scuole ed abitazioni private subendo notevoli deturpazioni; durante la seconda guerra mondiale venne utilizzato anche come ricovero per gli sfollati. Seguirono anni di abbandono totale e solo alla fine del XX secolo il complesso è stato inserito nei piani di programmazione comunale con l’intenzione dell’Amministrazione Comunale di trasformare l’intero complesso in luogo d’incontro culturale e sede di polo museale.
Il complesso conventuale, ristrutturato a seguito degli eventi sismici del 1997, è stato destinato dall’Amministrazione Comunale a custodire e promuovere il patrimonio culturale civico.
Il nuovo percorso museale si snoda negli ambienti conventuali accogliendo la Sala Carlo Crivelli, il Centro di Documentazione Scenografica Giancarlo Basili, il Museo Adolfo De Carolis, il Museo della Civiltà Contadina, il Museo Domenico Cantatore e la Sala Videoproiezioni.
Il complesso museale, inoltre, accoglie al piano terra associazioni ed altre attività culturali come la corale cittadina nella sala denominata “La Musica a Montefiore dell’Aso”, la scuola di pittura ed incisione nel “Laboratorio delle Arti e dei Mestieri” e l’artigianato artistico nella “Bottega delle Arti”. Distribuita all’interno di alcuni locali del Polo museale si trova, infine, la Collezione d’arte contemporanea “Premio Pino Mori”. In essa sono raccolti tutti i primi premi del concorso di pittura avviato nel 1995 e dedicato all’artista nato a Campofilone nel 1920 e morto a Montegiorgio nel 1994.
Al fine di offrire le migliori condizioni di fruizione pubblica delle collezioni, con particolare attenzione alle persone con disabilità motorie o sensoriali, l’accessibilità è garantita in tutte le sezioni museali.
Esperienza avvolgente all’interno del Polo Museale di S. Francesco è l’incontro con il cinema, sin dal primo momento di entrata al museo. Nella biglietteria, sulla parete destra, attraverso le finestre circolari della porta di una sala cinematografica, lo spettatore può affacciarsi in una stanza allestita con le poltrone di un vecchio cinema dismesso ed oscurata per permettere la visione delle immagini proiettate in moto continuo sulla parete di fondo. All’interno della sala è in funzione il meccanismo utilizzato da Giancarlo Basili per creare la neve nel film “Nirvana”, neve finta realizzata con vecchi trucchi pre-digitali. La neve, attivata da un interruttore posto alla destra della porta, ricopre anche le poltrone, creando un’atmosfera fiabesca sospesa in un tempo lontano: un omaggio al cinema, alle sue origini e al fascino del buio della sala, in cui lo spettatore si immerge per lasciarsi trasportare dalle immagini dello schermo.
Il centro di documentazione nasce per raccogliere, accanto alle scenografie realizzate da Giancarlo Basili, anche materiali sul cinema (disegni, schizzi, bozzetti, foto di scena e documenti audiovisivi), creando all’interno del Polo museale una struttura permanente, che non sia mero archivio sul cinema, ma anche centro di studi e ricerche, attraverso l’organizzazione di convegni, seminari, rassegne e mostre sul cinema. Il centro è dunque luogo di una serie di iniziative sul cinema che coinvolgono direttamente la città di Montefiore dell’Aso…”

Il Polittico di Carlo Crivelli

Il polittico originario fu smembrato e in parte venduto sul mercato antiquario nell’800.
Il polittico, oggi trittico, era composto da tre livelli orizzontali: la Cuspide, che era la parte superiore, il Registro centrale, ovvero la parte centrale e la Predella, la parte inferiore.
Le figure rappresentate sono San Pietro al centro tra Santa Caterina D’Alessandria e la Maddalena e, nella parte superiore, ben tre tavole sono dedicate a rappresentanti dell’Ordine Francescano: un Santo non identificato, Santa Chiara, San Ludovico da Tolosa oltre al San Francesco, nella parte centrale del polittico, oggi a Bruxelles.
“La distribuzione degli insediamenti francescani, dapprima extra moenia e tra la seconda metà del sec. XIII e i primi decenni del XIV sec. all’interno delle città di un certo rilievo economico o politico-amministrativo, è una chiave di lettura significativa per leggere il territorio di Carlo Crivelli e dei crivelleschi le cui opere sono spesso commissionate per adornare altari di chiese dei Minori.[…]. A metà del XV sec. l’ordine dei francescani assume un grande peso istituzionale nel tessuto sociale delle città di Carlo Crivelli e dei crivelleschi.
I Minori incidono nella politica locale, gestiscono servizi sociali, sepolture, amministrazioni di testamenti, si occupando di istituzione di scuole, biblioteche, conventi (Liberamente tratto da: Maria Nazzarena Croci, Coordinatrice del progetto “Crivelli e le Marche” in “Itinerari crivelleschi nelle Marche” a cura di Pieluigi De Vecchi, ed. Maroni, 1997).
I veneti Carlo e Vittore Crivelli furono molto presenti nelle Marche nel XV secolo.
L’arte di questi Autori appartiene alla corrente del Gotico, denominato Internazionale in quanto si estende dal Golfo di Venezia alle Marche e alla Dalmazia, e allo stesso tempo è individuata anche come “Adriatica” perché l’Adriatico è il luogo delle loro Opere.
Tra i secoli XV e XVI si hanno infatti notizie di rapporti tra la cultura marchigiana e quella istriano- dalmata e centri di cultura slava si trovano a Ragusa, Spalato, Zara, Sebenico.
La visione di alcune tra le tante Opere d’arte presenti nel territorio marchigiano permetterà agli studenti di compiere l’esperienza di visitare in modo animato e originale momenti della nostra storia politica, culturale, economica, sociale, religiosa, insieme a quella di altre civiltà.
In occasione della visita, potrebbe essere interessante ed opportuno soffermarsi con gli studenti anche sul fenomeno dei “trasferimenti” delle opere d’arte dai nostri Musei verso quelli di altre nazioni al tempo in cui le opere d’arte venivano considerate “bottini di guerra”, e sul fenomeno della dispersione e della scomparsa di altrettanti capolavori avvenuta, in particolare, nel corso del XIX sec.. Quest’ultimo fatto è da considerarsi ancora più grave perché è stato gestito dai nostri stessi connazionali e non si è esaurito certamente con il XIX secolo.
Si potrà far notare agli studenti che coloro che sottraggono le opere d’arte per qualuque motivo, anche non di lucro, commettono un gesto molto grave perché si appropriano di un bene che, nelle intenzioni dell’ autore, è indirizzato a tutti gli uomini.
Quando infatti un individuo sottrae un’opera d’arte dal luogo pubblico al quale è stata destinata, priva tutti gli altri uomini della possibilità di sperimentare quelle emozioni e di arricchirsi di quei contenuti che l’artista ha saputo e voluto comunicare a tutti gli esseri umani indistintamente.

Sala Adolfo de Carolis (Montefiore 1874-Roma 1928)

Nella sala è documentata la varia e vasta attività del pittore, artista, fotografo, illustratore, xilografo, letterato, Adolfo De Carolis.
Oltre a dipingere gli affreschi per il salone dei quattromila nella Sala Maggiore del Podestà di Bologna, l’artista ricevette l’incarico di decorare l’Aula Magna dell’Università di Pisa, il Palazzo dell’Amministrazione Provinciale di Ascoli, la Sala del Consiglio Provinciale di Arezzo, la cappella di San Francesco a Padova nella quale De Carolis rievoca episodi salienti della vita del Santo.
Delle sue produzioni xilografiche si ricordano in particolare le illustrazioni di molte opere del D’Annunzio e del Pascoli.
” L’importanza della raccolta… sta nella sua unicità; tutti i quadri riuniti si riferiscono alla massima opera del pittore: gli affreschi del Salone dei Quattromila nel Palazzo del Podestà di Bologna. Dai disegni ai grandi bozzetti nei quali il De Carolis fissò su tela ad olio l’ispirazione più immediata, più fresca, più artisticamente interessante…” (Giuseppe Ottaviani, Montefiore Dell’Aso - La storia, l’arte, i monumenti, i personaggi illustri. Comune di Montefiore dell’Aso. Finito di stampare nel mese di dicembre 2006 per conto di Andrea Livi Editore in Fermo dalla Fast Edit di Acquaviva Picena).

Collezione Domenico Cantatore (Ruvo di Puglia, 1906-Parigi, 1998)

Il pittore Domenico Cantatore è annoverato tra i maestri della “generazione di mezzo” per quanto riguarda, in particolare, gli strumenti e i modi della comunicazione agli inizi del XX secolo.
Nella sala dell’ex convento di San Francesco è esposta la produzione grafica dell’autore: litografie, acqueforti, cere molli, acquetinte ad uno o più colori, che si sviluppano insieme all’opera pittorica.

Museo della Civiltà Contadina

Il museo raccoglie oggetti e attrezzi di uso domestico-rurale tra cui un telaio, un torchio del ‘800 con relativo materiale collegato alla produzione del vino, aratri in legno, gioghi, setacci, ecc.
Il museo dispone inoltre di documentazioni didattiche, fotografie e testimonianze di storia orale (nastri registrati con testi musicali, stornelli, dispetti a carattere dialettale).

Produzione artigianale-artistica locale

Per quanto riguarda la produzione artigianale-artistica locale sono presenti manufatti in ferro battuto, forgiato e piegato a mano; miniature in legno con lavori di intarsio e mosaico; mosaici effettuati con ritagli di mattoni antichi.
Nella cooperativa agricola “La Campana” si trovano lane naturalmente lavorate e tinte con colori naturali: l’Indaco da Guado è un’esperienza unica in Italia (contrada Menocchia).
Le specialità gastronomiche del luogo sono varie e tipiche; tra queste ricordiamo le ” olive all’ascolana” che richiedono una preparazione particolare e di cui ai più volenterosi si proporrà la ricetta e la possibilità di impararne la preparazione insieme ad un “testimone”.

Monterubbiano

“…È un suggestivo Paese dell’entroterra marchigiano… È situato su una delle colline più alte delle Marche, 463 metri, molto se si considera che dista solamente otto chilometri dal mare. I monti Sibillini e in modo particolare il monte Vettore, si trovano a poco meno di cinquanta chilometri…” (www.monterubbiano.com).
Sarà interessante passeggiare “…per le vie del centro storico alla scoperta dell’antico borgo medioevale dove si potranno vedere anche le antiche porte d’accesso, come la Porta del Pero e la Porta San Basso, le mura castellane la cui costruzione fu dovuta a Francesco Sforza nel lontano 1433, il Ghetto degli Ebrei, sobborgo del Paese in cui, nel XVI secolo abitava la ricchissima popolazione…” (www.monterubbiano.com).

Chiesa di Santa Maria dei Letterati

“… Nell’abside dell’altare maggiore risalta la meravigliosa tela dell’Assunzione della Vergine (1539), olio su tela, di influenza raffaellesca,…opera del concittadino Vincenzo Pagani (1490?- 1568) pittore che con le sue opere, alcune delle quali ospitate nelle maggiori Pinacoteche d’Italia, è tuttora orgoglio del nostro paese…
Nel transetto di sinistra, in alto a destra dell’altare del SS. Sacramento si possono ammirare, sempre del Pagani, in una teca di vetro, tre tavole di predella d’altare: Bacio di Giuda, Crocefissione, Salita al Calvario.
In fondo alla chiesa, sopra il tamburo d’ingresso è situato l’organo realizzato dal celebre organaro veneto Callido nel 1794” (Monterubbiano - “Architettura, Arte, Tradizione, Economia”, Dott. Lionello Centanni, Martintype, Colonnella (TE) - Luglio 1996).

Giardino Pubblico “G. Leopardi”

“Prima di essere sede del giardino il Colle Coccaro fu dimora, nell’ordine, di una necropoli pagana, di un sobborgo della vecchia città incendiata dai Goti (V sec.), di un bosco (XIII sec.) e di una chiesa, quella di S. Rocco, edificata nel 1527 dalla popolazione e dal Comune, per voto, per essere scampati alla peste.
Il giardino, neoclassico all’italiana, più abitualmente chiamato “S.Rocco”, è stato realizzato su progetto di Luca Galli nel 1872, il quale è riuscito sapientemente ad organizzare uno spazio di 26.000 mq, su più livelli, creando delle zone differenziate funzionalmente che interagiscono fra loro in completa sintonia.
Le piantagioni sono quelle tipiche del luogo: lecci, pini marittimi, cipressi, querce, tuie, siepi di alloro, etc…” (Monterubbiano - “Architettura, Arte, Tradizione, Economia”, Dott. Lionello Centanni, Martintype, Colonnella (TE) - Luglio 1996, pagg. 15 e 25).

Moresco

Moresco, con la sua posizione protesa sulla valle dell’Aso a 405 m d’altezza e la sua ricca architettura, è una romantica e suggestiva meta di visita.
Questo piccolo paese, completamente cinto da mura, ha una forma triangolare ed ha al vertice una imponente torre eptagonale e sulla porta di accesso una seconda torre quadrata detta dell’Orologio. La torre eptagonale merlata, edificata intorno al XII secolo, appartenuta ad un castello oggi non più esistente, ha un perimetro di 29 metri con sette lati irregolari ed è alta 25 metri. La torre dell’Orologio risale invece al XIV secolo.
Meritano una visita anche la piazza centrale ove vi è un bel portico gotico del sec XVI, e il Palazzo Municipale nella cui sala consiliare è allestita una piccola Pinacoteca che fra l’altro ospita una bella tavola di Vincenzo Pagani dedicata alla “Madonna col Bambino e Santi”.

Per tornare alla descrizione dell’itinerario fare clic qui.