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del territorio piceno
dai Monti Sibillini al Mare Adriatico
Descrizione dei luoghi di visita
Ascoli Piceno
Ascoli Piceno, capoluogo di una delle quattro province delle Marche, sorge sulla confluenza dei fiumi Tronto e Castellano.
La città è dotata di bellissime piazze.
La nota Piazza del Popolo deve la sua fama all’armonioso aspetto raggiunto ai primi del ‘500 con il raccordo equilibrato degli edifici Medioevali preesistenti: il Palazzo dei Capitani del Popolo e la Chiesa di San Francesco.
La Piazza Arringo trae il suo nome dalle adunanze popolari che vi si svolgevano nell’età comunale e a tutt’oggi il Palazzo dell’Arengo è sede del Comune.
Il Comune dal 1861 ospita la Pinacoteca Comunale, che raccoglie opere di artisti marchigiani e di artisti operanti nelle Marche nei sec. XV-XVIII, fra queste i famosi trittici del veneziano Carlo Crivelli, Madonna col Bambino e Santi, l’Annunciazione di Pietro Alemanno, Le stigmate di San Francesco di Tiziano, l’Annunciazione di Guido Reni.
“…Famoso il piviale (lungo mantello aperto sul davanti) di manifattura inglese del XIII sec., donato dal Papa Nicolò IV alla sua Città natale.
Importante la raccolta di ceramiche marchigiane, toscane e abruzzesi e la liuteria con strumenti ad arco, corda e plettro” (Guida Touring “Musei d’Italia”, Touring Club Italiano).
Il Caffè “Meletti” in puro stile Liberty è stato inaugurato nel 1907 e vi si può gustare la famosa anisetta “Meletti”.
La cartiera papale
“L’antica Cartiera Pontificia di Ascoli Piceno, il grande opificio in travertino voluto da Papa Giulio II Della Rovere negli anni iniziali del secolo XVI, al quale furono chiamati a dare la loro opera gli architetti Alberto da Piacenza e Cola dell’Amatrice, ha ripreso a vivere… La sua è una storia importante: di complesso monumentale che ben esprime i caratteri del pieno Rinascimento e soprattutto per quel che ha rappresentato nelle vicende manifatturiere, che per oltre quattro secoli hanno scandito i tempi della vita economica, e non solo, di una città e del suo comprensorio. Un complesso di grande qualità artistica, situato in un contesto ambientale di altissimo pregio per fascino naturalistico e ricchezza di varietà arboree, che è stato un rilevante laboratorio preindustriale.
Alla produzione della carta, documentata in Ascoli fin dall’alto medioevo,… si sono accompagnate nel tempo altre attività importanti. L’acqua del Castellano, immessa nell’opificio attraverso condotti di adduzione, oltre che permettere la lavorazione delle filigrane, muoveva le macine dei mulini e dei frantoi, attivava i magli che modellavano rame e ferro e le gualchiere che conferivano compattezza ai tessuti.” (Carlo Verducci, Assessore alla Cultura, Beni Culturali e Turismo-Pietro Colonnella, Presidente della Provincia di Ascoli Piceno in ” La Cartiera Papale di Porta Cartara, Ascoli Piceno”, Provincia di Ascoli Piceno).
Il museo della carta
“Nelle sale della cartiera sono esposte le ricostruzioni dei macchinari che, per secoli, sono stati utilizzati per produrre la carta.
Un itinerario di immagini, video e suoni ricostruisce il tragitto compiuto dall’acqua all’interno della struttura, raccontando la storia della Cartiera e di chi ci lavorava” (Musei della Cartiera Papale - Provincia di Ascoli Piceno Medaglia d’oro al Valor Militare per Attività Partigiana, Assessorato alla Cultura e ai Beni Culturali - Musei della Cartiera Papale di Ascoli Piceno, via della Cartiera, 63100 Ascoli Piceno, tel.: 0736252594, www.museicartierapapale.it).
Sala Macine
Al primo piano del Museo della Carta sono conservati i resti e le ricostruzioni delle macine di Porta Cartara.
La collezione Orsini
“Al terzo piano è conservata la collezione naturalistica del farmacista e studioso ascolano Antonio Orsini (1788-1870).
La collezione raccoglie decine di migliaia di reperti di minerali, fossili e un ricco erbario” (Musei della Cartiera Papale - Provincia di Ascoli Piceno Medaglia d’oro al Valor Militare per Attività Partigiana, Assessorato alla Cultura e ai Beni Culturali - Musei della Cartiera Papale di Ascoli Piceno, via della Cartiera, 63100 Ascoli Piceno, tel.: 0736252594, www.museicartierapapale.it).
“…Antonio Orsini effettuò nella sua lunga vita innumerevoli escursioni scientifiche in Italia e all’estero alla ricerca di animali, piante, minerali, rocce, conchiglie, fossili; alcune specie portano oggi il suo nome…Trascorse la sua lunga vita facendo del bene a tutti, con sacrificio di tempo e di denaro, senza chiedere nulla in cambio.
Poteva vivere una vita da benestante, e invece trascorreva la grande maggioranza del suo tempo sui monti d’Italia, nei congressi scientifici, a ricercare e a istruirsi…
Alle soglie del 1868 scriverà ad un suo amico: « mi preparo tranquillamente a fare il doveroso tragitto», e la morte arrivò non inattesa il 18 giugno 1870…” (Amministrazione Provinciale di Ascoli Piceno, Assessorato alla Pubblica Istruzione, Cultura e Beni Culturali, Museo di Storia Naturale ” Antonio Orsini” con la collaborazione della Università degli Studi di Camerino - Centro Interdipartimentale Ricerca Ambiente. L’Opera è stata realizzata con la collaborazione di: Emidio De Angelis, Responsabile del servizioP.I., Cultura e Beni Culturali- Maurizio Minnucci, Servizio Beni Culturali Stampa Lineagrafica, AP).
Castel Trosino
“Castel Trosino è uno dei più bei luoghi posti nelle zone limitrofe di Ascoli Piceno. E’ un piccolo borgo di origini medioevali che racchiude in sé una serie importante di “valenze” di ordine storico, architettonico, culturale e ambientale.
Questo sito da sempre è collocato in una zona importante che conduce dai valichi Appennini al mare Adriatico. E’ opinione diffusa che su questa direttrice passasse l’originale strada consolare Salaria (le strade consolari romane non si sviluppavano mai nei fondovalle, ma sempre sui crinali dei rilievi). Non sappiamo se ciò corrisponda a verità. Si ha comunque certezza del fatto che attraverso questo borgo vi era una direttrice di collegamento con l’area sud dell’Umbria, una direttrice molto usata nei tempi romani e alto medievali.
Il piccolo borgo si trova sopra uno scoglio di travertino (materiale principe della zona) a mo’ di dirupo sulla valle del Castellano…
A Castel Trosino si trova poi una suggestiva “Aula Verde”, i cui luoghi sono inseriti in un contesto ambientale di assoluto pregio botanico-vegetazionale, identificabile con le caratteristiche tipiche della macchia mediterranea. L’insieme forma un osservatorio eco-faunistico fruibile direttamente dal visitatore: una vera aula didattica a cielo aperto.
Nell’Aula verde e lungo i sentieri che circondano il laghetto ENEL di Casette, si trovano punti di osservazione naturali o costruiti appositamente per avvistare specie faunistiche stanziali e migratorie di questi luoghi.
Le specie di mammiferi, volatili o pesci sono illustrate nei pannelli educativi posti lungo il percorso naturalistico, e descritte nella pubblicazione “Parco Archeologico-Ambientale di Castel Trosino, Itinerario Didattico”.
Di particolare richiamo sono i daini, che da alcuni anni vivono nel boschetto a ridosso della sede dell’Aula Verde, protetti da un recinto, e accuditi con passione insieme agli altri animali del centro dai volontari del CEA.
“L’area naturalistica si snoda lungo le sponde del Lago artificiale e a monte del torrente Castellano. Fin dall’antichità lungo queste sponde sgorgavano dalla roccia piccole sorgenti di acqua detta “salmacina”, perché ricca di zolfo, le cui proprietà benefiche e curative erano già note ai Romani. Tali sorgenti nei secoli passati furono ampiamente sfruttate, regimentate in fonti e bacini di raccolta al fine di offrire ai bisognosi la possibilità di usufruire delle qualità curative di quelle acque.
Le piene del Castellano nel corso del tempo distrussero queste opere, ma la presenza delle sorgenti di acqua “salmacina” è rimasta nella memoria degli abitanti di Castel Trosino, le cui donne scendevano giornalmente al fiume per svolgere il loro lavoro di lavandaie per conto della gente di città.
La valorizzazione del parco ambientale ha puntato sulla messa in luce di questa ricchezza naturale, riscoprendo e rendendo percorribili in sicurezza dei percorsi che dalla diga di Casette costeggiano il bacino sul lato ovest, fino ad arrivare alla zona della antica fornace di mattoni e di calce.
Pannelli educativi lungo tutto il percorso e nei punti più significativi di questo, illustrano il paesaggio, la storia, l’ambiente, la flora e la fauna caratteristici di questa zona. Una prima sosta, al lato del lago, è suggerita dal punto di avvistamento, in cui adulti e bambini sono invitati ad osservare - nascosti da una “cortina” di tronchi tagliati a metà - gli aironi, i pesci, o gli altri animali che popolano l’ambiente fluviale e lacustre…” (www.ceacasteltrosino.it).
La necropoli longobarda
La necropoli di Castel Trosino costituisce un esempio tra i più significativi in Italia della convivialità romano-longobarda e permette di analizzare le modalità di inserimento del gruppo germanico all’interno della comunità romano-bizantina, fino alla “cristianizzazione” del gruppo dominante.
“La fase più antica della necropoli risale alla seconda metà del VI secolo, periodo in cui è diffuso presso la popolazione romana un corredo funerario piuttosto semplice caratterizzato dalla deposizione, peraltro non generalizzata, di recipienti di terracotta o vetro e da pochi oggetti di vestiario e di ornamento (fibbie, fibule, spilli, anelli, armille, orecchini, collane, pettini, fuseruole, etc.).
A partire dal tardo VI secolo cominciano a comparire nella necropoli sepolture dal corredo più complesso, tra cui tombe maschili con armi e tombe femminili con fibule longobarde, che denotano la presenza di inumati di cultura germanica.
Alcune di queste tombe hanno corredi di straordinaria ricchezza, molto al di sopra della media delle sepolture longobarde italiane.
A parte questo gruppo abbastanza ristretto di tombe con corredi diagnostici, è difficile distinguere nelle sepolture della prima metà del VII secolo le diverse componenti della popolazione, anche a causa dei vasti processi di osmosi culturale che investono l’intera comunità che appare ben presto egemonizzata dai modelli e dalla cultura materiale bizantina. La sontuosità di tanti corredi costituisce un aspetto peculiare di questa necropoli, che deve aver tratto particolare vantaggio dall’apertura verso l’Adriatico. (…)
La fase più tarda della necropoli di Castel Trosino è rappresentata da un gruppo di tombe, per lo più in fosse con pareti in muratura, che si raggruppano intorno alla piccola chiesa posta al centro della necropoli; gli scarsi elementi di corredo ne consentono la datazione intorno alla metà del VII secolo o poco dopo” (Tratto dalla Guida alla mostra “La necropoli altomedievale di Castel Trosino: Bizantini e Longobardi nelle Marche”, testi di L. Paroli, M.C. profumo, M. Ricci).
Castelsantangelo sul Nera
Il sentiero natura, le sorgenti del fiume Nera,
lo stabilimento “Nerea”
Se non avete mai avuto occasione di vedere da vicino l’incredibile potenziale di risorse offerto da un semplice corso d’acqua a vantaggio della sopravvivenza umana, la visita a Castelsantangelo sul Nera potrà colmare questa lacuna.
Diverso è sentir parlare dell’importanza dell’acqua, dei suoi benefici, del suo valore sacrale nella simbologia non solo cristiana, dal poter vivere l’esperienza diretta della varietà e molteplicità degli usi ai quali si presta questo elemento naturale quando l’uomo lo governa con intelligenza sapiente e rispettosa. I temi proposti nell’itinerario possono offrire numerosi e validi motivi di riflessione e di approfondimento sia a docenti di diverse discipline che al singolo docente che desideri condurre con i propri alunni un discorso multidisciplinare e/o interdisciplinare.
Nel corso delle visite guidate al sentiero natura, alle sorgenti del fiume Nera e allo stabilimento dell’acqua minerale “Nerea” gli insegnanti potranno spaziare dalla Geografia all’Educazione Civica ed a quella Ambientale, dalle Scienze alla Storia dell’Arte, dalla Meccanica all’Idraulica, dalla Religione alla Letteratura, dalla Storia politica a quella economica…e così via.
Sentiero Natura di Castelsantangelo sul Nera: “Presenze nascoste”
Dai mille rifugi offerti dal bosco gli animali scrutano attenti rimanendo in silenzio: con un pò di fortuna si può però avere l’occasione di scorgere una sagoma in rapido movimento o percepire un veloce battito d’ali.
Una passeggiata alla scoperta degli animali che popolano torrenti e vallate boscose fino a giungere, all’improvviso, lassù dove si apre un incantevole panorama.
Ecomuseo del Cervo
La distanza che si è progressivamente stabilita nel secolo attuale tra il nostro mondo, quello naturale in genere e quello animale in specie, è un fatto non privo di importanza e di conseguenze.
Chi infatti, se non gli animali con l’evidenza del loro esempio vivente, potrà ancora insegnare alle giovani generazioni la novità e la forza dell’amore gratuito, il coraggio della fedeltà, il valore della pazienza, il gusto del gioco, la capacità dell’ascolto, il conforto della compagnia…?
Queste constatazioni ci hanno convinto a proporre ai giovani alunni come ai loro docenti, la magnifica e rara possibilità di osservare, almeno per una volta da vicino e dal vero, uno splendido animale, il Cervo, che è tornato sui Monti Sibillini il 9 marzo 2005, grazie al primo intervento di reintroduzione faunistica realizzato dal Parco.
Presso la ex scuola elementare di Castelsantangelo è stato allestito l’Ecomuseo del cervo, in un’area verde sfiorata dalle acque del fiume Nera.
Il Museo è composto di due ambienti diversi ma complementari: il Centro Visite e il Centro Faunistico; il Centro Visite, che si trova nei locali della ex scuola elementare.
“…si articola in un percorso in cui suggestivi “diorami” (ricostruzione di ambienti naturali realizzati a mano) riproducono gli ecosistemi più tipici del parco: la faggeta d’inverno, il bosco di querce ed aceri in autunno, gli ambienti umidi e le sorgenti, i piani carsici e le alte vette…pannelli didattici e numerose fotografie offrono informazioni e sensazioni che potranno essere rivissute direttamente negli ambienti del Parco. Grazie ad una postazione multimediale si può viaggiare nel passato, rievocato dalle immagini di pastori ed anziani delle alte valli del Nera…
Il Centro Faunistico è costituito da una vasta area recintata che si estende per circa 29 ha di superficie.
“…L’area si articola in diversi settori recintati che formano una sorta di “Wildpark”, secondo l’originaria denominazione centro-europea, dove più aree faunistiche possono ospitare , in semi- libertà, specie diverse in condizioni molto simili a quelle naturali…” (“Incontriamo il Cervo”, Parco Nazionale dei Monti Sibillini - Comune di Castelsantangelo sul Nera)
Loro Piceno
“Il Museo civico delle due Guerre Mondiali è allestito nel centro storico del paese, nei suggestivi locali degli antichi magazzini del castello Brunforte, ora di proprietà comunale.
E’ stato ideato sulla base di un progetto cofinanziato dalla Comunità Europea per lo sviluppo regionale, dall’Assessorato alla Cultura della Regione Marche e dall’Amministrazione comunale di Loro Piceno ed inaugurato il 25 aprile 1999.
Il museo nasce dalla volontà di creare un momento didattico coinvolgente per tutti, attraverso ambienti fedelmente ricostruiti, con materiali originali che permettono di ripercorrere i due periodi storici del Primo e del Secondo Conflitto Mondiale, creando un’occasione di riflessione sulle atrocità della guerra e sulla estrema necessità della pace.
Il percorso museale illustra l’evoluzione delle armi e della tecnica della guerra attraverso l’esposizione di quattordici manichini, di cui uno a cavallo, con uniformi complete e armi originali di notevole valore storico e documentario.
Sono stati inoltre ricostruiti una trincea, una postazione mitragliatrice e un reticolato italiano a gabbione, unico in Italia; l’allestimento è completato da un vasto repertorio fotografico.
Tutto il materiale documentario è stato generosamente messo a disposizione della comunità da Luca Cimarosa, un appassionato collezionista lorese.
Il vino cotto
“… A questa tradizione è legata anche la Mostra Permanente del Vino Cotto, allestita nei suggestivi ambienti adiacenti al chiostro della chiesa di San Francesco.
L’allestimento, pensato come un percorso dalla raccolta dell’uva all’invecchiamento del vino nelle botti, si apre con canestre in vimini e canne, cassette di legno e viunzitti, le bigoncette, che venivano usati per la raccolta delle uve durante lo velegnà, la vendemmia. Dopo la raccolta l’ùa o era gettata nelle canà, recipienti a base rettangolare o quadrata di legno o in muratura dove veniva pigiata, oppure in una pigiatrice manuale come quella in mostra. Lo musto, il liquido così ottenuto, si raccoglieva in una secchia, la secchja, contenitore in legno con due doghe opposte più alte delle altre, da utilizzare come presa. Le scorze e i graspi erano messi ne lu trocchju, il torchio, per la seconda spremitura.
All’interno dell’allestimento è stata ricostruita in muratura la fornacchiola, quel complesso di ‘posto per far ardere un fuoco a legna’ e soprastante caldaia in rame, utilizzati per cuocere il mosto, trasportato al suo interno con lu stanatu, attrezzo di rame con manico, come un grosso ramaiolo. Durante la lunga bollitura sulla superficie del liquido era passata la schiumarola, una ramina per schiumare il mosto.
Con la ‘mbottatora, una sorta di grande imbuto, si riempivano le votti con il vino ancora caldo. Questa operazione veniva fatta con lu stanatu, o con le ‘moderne’ pompe meccaniche” (“Incontriamo il Cervo”, Parco Nazionale dei Monti Sibillini - Comune di Castelsantangelo sul Nera)
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